giovedì 7 maggio 2020

CALCEURBANA - articolo numero#dieci - il ritorno di Gaber, fase 2 e il piano urbanistico post-unitario

giorno 128 dell'anno 2020
Firenze, 8/7/1865: della dichiarazione di pubblica utilità

Siamo entrati letteralmente, nella FASE numero due.
Vedo commercianti aprire alcune botteghe, e i giardini romani accoglierci in selvagge ambientazioni per le prime passeggiate primaverili; gli animali scompaiono di nuovo.
Sento i rumori del mio quartiere, quelli che c'erano sempre stati ma che per quasi due mesi ho solo ricordato fischiettando il testo del Signor G:

"Com'è bella la città
Com'è grande la città
Com'è viva la città
Com'è allegra la città

Piena di strade e di negozi
E di vetrine piene di luce
Con tanta gente che lavora
Con tanta gente che produce

Con le réclames sempre più grandi
Coi magazzini le scale mobili
Coi grattacieli sempre più alti
E tante macchine sempre di più".
 
Prima l'ansia di reclusione ed ora, sembra, la paura di uscire.
Io nel frattempo ho ricavato uno spazio tra la fitta rete del web; fatto di brandelli di bit, immateriale, immaginato, ma esistente. 
Si chiama Calceurbana.
Un contenitore decontaminato dal virus.
Immune al COVID-19 e rivolto a tutti.
Vi auguro di ri-cominciare felici.
Buona lettura.


Quando per grazia di Dio e per volontà della Nazione, Sua Maestà Re d'Italia Vittorio Emanuele II ordinava la pubblicazione in Gazzetta della Legge sull'espropriazione per pubblica utilità e l'immediata abrogazione delle precedenti regolamentazioni in materia, il Regno aveva trasferito la Capitale d'Italia nella città di Firenze da poco più di cinque mesi.
La tipografia preposta alla ricezione degli atti da pubblicare era diretta dagli Eredi BOTTA, con sede in Via del Castellaccio 20, nel brano urbano rinascimentale del Brunelleschi.

In vista del trasferimento della Capitale da Torino, infatti, urgeva ripensare l'assetto della strumentazione urbanistica da adottare per l'esecuzione degli interventi di sistemazione, funzionalizzazione e monumentalizzazione della città deputata ad accogliere le cariche di governo; fu così che su proposta del Nostro Guardasigilli Ministro di Grazia e Giustizia e dei Culti, in accordo con il Ministero dei Lavori Pubblici e della Guerra, la Stamperia di Firenze darà inchiostro ai 101 articoli costituenti la nuova Legge sull'esproprio: n. 2359 della Raccolta Ufficiale delle Leggi e Decreti del Regno.
La legge, in auge già dal 1861, rappresentava uno strumento legislativo generale di supporto per le attività di pianificazione territoriale, valido su tutto il territorio nazionale e caratterizzato da un corpo tecnico-giuridico in grado di consentire qualsiasi operazione preliminare alla trasformazione della città da parte dell'operatore pubblico attraverso il trasferimento coatto del suolo allo Stato per la progettazione e la realizzazione delle attrezzature pubbliche, nonché degli interventi di espansione, secondo le previsioni programmate dall'Amministrazione.

I principi di governo del territorio veicolati da questa legge saranno caratterizzati infatti da una modalità di attuazione diretta del piano regolatore (non ancora di tipo "generale"), per interventi localizzati in precisi ambiti di tessuto edilizio, secondo una linea di azione che la legge stessa formalizzerà attraverso la stesura dell'intero apparato normativo, prescrivendo la redazione di due documenti progettuali distinti:
  1. il piano regolatore edilizio, volto a definire puntuali interventi su tessuti edilizi e viari della città esistente, favorendo l'emanazione di provvedimenti tesi ad allineare piuttosto che risanare il tessuto della città storica, per ottimizzarne le condizioni generali di abitabilità e di circolabilità; come disciplinato dal capo VI art. 86;
  2. il piano di espansione, volto a disegnare l'immagine di crescita ed espansione della città attraverso la progettazione della nuova forma urbana, individuando le aree libere e dimensionando al tempo stesso i perimetri dei futuri singoli lotti mediante l'inserimento delle maglie infrastrutturali, individuandone così anche i rispettivi spazi pubblici; documento introdotto dal capo VII art. 93.
In questa veste, l'istituto dell'esproprio post-unitario mostra ai privati cittadini del Regno la propria essenza e finalità strumentale per l'acquisizione di aree/lotti ben definiti e circoscritti, necessari per soddisfare i bisogni del Comune in quel preciso frangente storico; attraverso l'attivazione delle misure espropriative, infatti, il Comune non intende programmare o pianificare in maniera generale e diffusa gli interventi sulla città, bensì eseguire in maniera puntuale, interventi di tipo locale su terreni e/o fabbriche oggetto d'interesse per ragione di pubblica utilità.
Il neostrumento non è ancora perfezionato e pronto per rappresentare uno strumento legislativo di governo generalizzato sull'intero territorio comunale; difatto, la mancata introduzione di norme tecniche di attuazione specifiche non consentirà all'Amministrazione di disciplinare in maniera formale, ad esempio, l'introduzione, piuttosto che trasformazione/alterazione, delle destinazioni d'uso dei corpi di fabbrica presenti o da realizzarsi.
L'effettiva carenza di una regolamentazione specifica sui parametri di quantità edilizia (densità, destinazioni d'uso etc.) non consentiranno infatti che la sola costruzione degli edifici nei lotti perimetrati, demandando agli Architetti urbanisti il compito di curarne l'aspetto formale e di relazione con il contesto urbano viario-architettonico circostante.

Unici parametri da rispettare incombenti sull'attività edificatoria da parte dei privati erano i distacchi tra gli edifici, le altezze e gli allineamenti; canoni consolidatisi attraverso i principi di monumentalità che le città del Regno e dell'Europa continentale, avrebbero razionalmente perseguito nella costruzione delle nuove immagini urbane da li a fine secolo. 

Interessante è notare come in questi primi anni dall'emanazione della legge sull'esproprio, il potere dell'azione urbanistica abbia contribuito nel costituire due principali radici culturali e disciplinari dell'attività pianificatoria: da un lato la schiera di ingegneri di derivazione pressoché nordica, ancorati all'immagine del Funzionario d'Igiene operante a livello di ufficio tecnico comunale, associabile al "Sanatore" urbano e per questo impegnato nello sviluppo di piani urbani tesi appunto a risanare o funzionalizzare porzioni e brani di città (vedi gli sventramenti di Napoli operati per la quarta ondata di colera); in contro altare, i gruppi di architetti, dediti alla progettazione dell'intero corpo di fabbrica, alla monumentalizzazione dei prospetti e delle facciate e per questo impegnati nel ridisegnare l'immagine urbana attraverso l'adozione di un linguaggio rivolto alla continua ricerca ed applicazione dei canoni di bellezza.

Teatro di prima esecuzione di questo neostrumento sarà proprio Firenze, per opera del Poggi; Architetto fiorentino di stampo accademico, amante dei parchi inglesi e divenuto esperto nel disegnare elegantemente viali, piazze, giardini di ampio respiro e palazzi pubblici attraverso fiorenti incarichi commissionategli della nascente borghesia ottocentesca (la neoclassica Villa Favard in Via Curtatone 1); opere in corso di realizzazione nelle più grandi capitali europee nel corso dello stesso periodo.
In una città del tutto ferma, immobilizzata nella crescita e racchiusa nelle sue strette mura trecentesche, Giuseppe POGGI disegnerà la nuova espansione con esaltazione architettonica neoclassicheggiante, dando il via ad una configurazione urbana capace di ospitare la nuova Capitale del Regno al cospetto di Sua Maestà.

L.C.  
 






domenica 26 aprile 2020

CALCEURBANA - articolo numero#nove - città-porto di Alsium e docenza nelle province Odescalche

giorno 117 dell'anno 2020
2017: dediche personali nell'etruria laziale

Alla fine è tornato il bel tempo.
Le recenti tiepide piogge hanno confinato il temuto batterio tra i tombini della città rinnovando l'aria del quartiere per concederci, sembra, una tregua, e forse, la possibilità di provare a respirare a pieni polmoni.
Forse con meno ansia.

E' ancora molto vivo il ricordo d'Aprile del 2017, anno che mi vedeva impegnato in parte come docente ministeriale presso un istituto tecnico della malinconica provincia romana; ero stato inoltre nominato Commmissario alla sessione degli esami di giugno e i candidati sembravano pronti a scendere in spiaggia, a far festa tra gli ombrelloni in paglia del litorale.
In effetti, era pressochè giunta l'estate, e con lei, anche i vibranti torni vacanzieri.
Senza quella nomina, probabilmente non avrei mai scoperto il talento culinario del nipote di Amedeo Minghi, che a 150 metri da quell'istituto preparava fenomenali arancini ripieni di polpa di granchio; un profilo somatico noto e inconfondibile quello del ragazzo, che ci omaggiava dei suoi saporiti tributi sinfo-gastronomici dentro la ricca rosticceria.

Mi spostavo in treno perchè immancabile occasione contemplativa del paesaggio oltrechè fonte di continua immaginazione, anche se per poco; 40 minuti circa, trascorsi tra le fitte quinte alberate dell'Aurelia, bordate da alti canneti e salici verdissimi.

All'arrivo, in stazione, l'odore ferroso tra le banchine, quasi a preannunciare il nero manto del litorale tanto amato dal romano giornalista Iannattoni, sabbia che sponsorizzava negli anni cinquanta per le proprietà benefiche; scriveva infatti che il Ministero della Salute avrebbe dovuto consentire l'apertura di poliambulatori proprio su di essa, ponendoci le stesse sale d'attesa per promuovere il trattamento di sabbiatura ai pazienti in fila.
Baldassarre Ladislao ODESCALCHI Principe
LADISLAO Odescalchi
Poveri capannari e barcaroli del Tevere!
La calde stagioni di quegli anni avrebbero in breve spostato anche gli ultimi bagnanti romani a pochi chilometri nord della capitale; il tutto, all'insaputa - o quasi - del "Caronte" di Porto Ripetta.
Il noto traghettatore, infatti, non avrebbe mai immaginato che da li a poco sarebbe arrivata l'odescalca città di Ladislao per dare il colpo mortale alle pittoresche capanne teverine, e con loro, ai pochi imprenditori fiumaroli come lui.
La deviazione ferroviaria voluta dal giovane Principe Odescalchi avrebbe infatti garantito un rapido esodo dalla calura cittadina con partenza treni Termini - Trastevere due volte al giorno, assicurando i rientri alle famiglie per l'ora di pranzo e in serata, dopo le 21:00.
Poche speranze, quindi, per il lupo di fiume dalla barba bianca e lanosa che il romanesco Pascarella, ci dice, rispondeva così: "Caro Lei...troppi stabilimenti...se capisce che l'affari vanno male! [...] "Alto e robusto con la faccia abbrunita dal sole, siede gravementesulla poppa di una sua barca, chiamata l'Arca di Noè, e non abbandona il suo posto se non per raccogliere dignitosamente nella berretta il prezzo del breve viaggio fluviatile [...].
"Caro Lei" diceva al viaggiatore, "Li tempi de na'vorta! Allora, difatti, quando al cominciar dell'estate non era ancora venuta la moda del fuggirsene sulle rive del Tirreno azzurro e dell'Adriatico verde, l'inaugurazione della capanne era davvero per la vita romanaun avvenimento, ma adesso invece è divenuta la cosa più semplice al mondo. [...] Troppi stabilimenti, li tempi de na'vorta sò finiti!" 

Trascorsi la mattina dei natali di Roma lì, in quell'aprile di tre anni fa, al bordo di una pianura scottata da un sole già fortissimo e lambita dal passaggio di un vento al profumo di campagna intriso di mare; un'aria bagnata e colma di sale mi ridestava in poco, appena sceso dalla carrozza.
Il tragitto sconnesso, in direzione dell'istituto, ero solito percorrerlo in compagnia di un collega Architetto residente nei pressi di Ostiense in Roma, esclusivamente impegnato nell'arruolamento ministeriale tanto che da lì a pochi mesi, sarebbe stato immesso definitivamente in ruolo; una persona meritevole ed estremamente buona, dal volto sincero in tutte le occasioni.
Era originario di terre calabre, motivo per cui non soffriva del potenziale senso di estraneazione generato da simili paesaggi urbani fuori stagione, affezione patologica particolarmente diffusa ed avvertita invece da noi Architetti romani, se proiettati appena fuori da G.R.A., in realtà urbanistiche sviluppatesi prevalentemente nel corso dei noti cicli speculativi edilizi; ma lui no, lui non si lamentava.
Anzi, da buon uomo del sud scalava abilmente le vette dell'adattamento evitando in modo del tutto naturale qualsiasi forma traumatica; si spostava in biciletta, ambientato negli usi quotidiani di quella realtà marittima che in poco tempo lo aveva reso parte integrante del desiderato quieto cosmo provinciale.

ALSIUM - estratto cartografico del 1820 circa
Io invece mi preoccupavo di collezionare angoli con identità e carattere, capaci di valorizzare, tra il fitto bosco edilizio del corso e le ville diradate dalla stazione verso il mare, i miei brevi soggiorni bisettimanali. 
La mia, più che una malattia, si manifestava piuttosto come una forma di resistenza alle profetiche parole di Giovanni Michelucci, secondo cui non era l'uomo a fare la città ma la città l'uomo; circostanza che mi portava a misurare con maggior attenzione le distanze, contribuendo però a farmi coltivare gioiosamente e con slancio, le relazioni interne alla stessa città, affinchè al posto dei ripetitivi vuoti urbani potessi immaginarmi dei luoghi "sempre belli e generativi di incontri" (Arch. Giovanni Michelucci).
Una necessità per le anime belle - così le chiamava il nostro poeta P.P.P. - quella di riconoscere il bello a tuti i costi e ovunque, nel quotidiano.

Poi c'era lei, una collega della Sicilia.
Anch'ella impegnata nella ricerca del bello ma per ragioni decisamente meno patologiche, estetizzanti e critiche delle mie; aveva infatti lasciato sull'isola il marito con il cane per dedicarsi alla nomina da docente e nei fine settimana passeggiava sulla spiaggia per guardare il mare, quasi servisse a riconciliarsi con loro e le meridionali terre.
Era dotata di un potentissimo fascino intellettuale e di una pazienza imbarazzante e malgrado il suo inquieto stato d'animo saturo di pensieri rivolti alla famiglia, dedicava incredibili sorrisi a tutti i colleghi, indistintamente.

Credo piacessi ad entrambi e loro piacevano a me.
Con loro due, lì, la mia permanenza assumeva un carattere coinvolgente e di coinvolgimento reciproco.
Lì dove nei pressi del Borgo di Palo sorgeva in pietra l'etrusca città-porto di Alsium, sottratta dai Romani e divenuto strategico accampamento.
Dove nelle perdute trame del paesaggio agrario, un tempo geometriche centurie romane scandite da canali e fossati tra il Vaccina e il Sanguinara, terra tra i due fiumi che il giovane Odescalchi astutamente lottizzò su disegno dell'Ing. Cantoni al termine del XIX° secolo.
Proprio lì.
Tra una manciata di ricordi felici e i frammenti di un lontano dramma familiare, riuscivo a sentirmi a casa.

Allegato planimetrico all'Atto di compravendita di terreni curato dal Notaio Buttaoni in Roma tra le parti Principe Baldassarre Ladislao Odescalchi e l'impresa dell'Ing. Vittorio Cantoni (anno 1888).

Ma è con voi due, colleghi e amici di quel breve trascorso, che i brani della città sembravano più belli e spontanei di come realmente ci apparivano a tutti e tre.
Ed è forse grazie a questo ricordo che oggi mi appare ancora così.
Una città in grado di averci accolto e fatto incontrare, scritta in parte anche da noi, con le nostre memorie, oltre gli edifici.
Una città vera, ma anche un pò immaginata.
La città del nostro anno.
La città di Ladislao.

Vostro
L.C. 


P.S.
E' icredibile come in questo ritratto vi sia tanta somiglianza tra il Principe e il Poeta Gabriele D'Annunzio!
Fateci caso.




lunedì 20 aprile 2020

CALCEURBANA - articolo numero#otto - arcipelago pontino, Ponza settecentesca e incarichi di lavoro post-borbonici

giorno 111 dell'anno 2020
l'urbanistica dal brugantino di sua maestà Ferdinando IV

La fortuna più grande per un Architetto, dopo quella di esser nato e vivere a Roma, è certamente quella di poter viaggiare nel corso della settimana per giungere in luoghi diversi, oggetto, di volta in volta, di nuovi incarichi professionali.
Gaspar van Wittel - Porto di Napoli
Infatti, prima ancora delle soddisfazioni economiche derivanti dalle fruttuose competenze professionali, trovo senza dubbio stupefacente l'opportunità di poter fruire luoghi e spazi del territorio per esigenze specifiche ed intrinseche al Mestiere, capace di farmi cogliere sfumature talvolta trascurabili, apprezzandone i caratteri ed i valori frutto di articolati naturali processi evolutivi.
Indubbiamente, poter essere anziché dover stare: la più grande opportunità di vita per un uomo nonché migliore condizione di lavoro per un Architetto, scrittore della storia dell'uomo e turista delle sue terre.
E'così che nasce il turismo, termine derivatoci da radici francesi di età barocca per definire i grandi flussi esplorativi intrapresi nell'Europa continentale da ricchi aristocratici dell'epoca (ritrattisti, architetti, ingegneri, scrittori) per accrescere il loro sapere nelle città d'arte e di cultura attraverso la diretta fruizione dei luoghi, con l'obiettivo di comunicarne le magnificenze al rientro in patria, trasmettendone i valori acquisiti.

L'opportunità di conoscere il mondo antico calamitava infatti esploratori da ogni angolo d'Europa per assicurarsi un soggiorno nella laguna di Venezia, tra i siti archeologici del Palatino a Roma, tra gli scavi di Ercolano e Pompei e poi a Napoli, a meravigliarsi dei Campi Flegrei e dei colori del Golfo di Pozzuoli con le vicine attività vulcaniche, sino a scendere in Sicilia per rilevare dal vivo le vestigia delle colonie della Magna Grecia e "la purezza dei contorni, la morbidezza di ogni cosa, la cedevole scambievolezza delle tinte, l'unità armonica del cielo col mare e del mare con la terra (...) chi li ha visti una sola volta, li possederà per tutta la vita"; così scriveva Goethe durante il suo Grand Tour in Italia.

Ebbene, la conduzione di un incarico professionale sull'isola di Ponza - in essere dal 2017 circa - mi ha portato ad analizzare con attenzione alcuni aspetti storico urbanistici del posto, valutando i processi evolutivi afferenti alle primordiali tipologie edilizie, traendo oltretutto differenti conclusioni circa i principali caratteri di riconoscibilità dei ponzesi, sui quali, ovviamente, non farò cenno alcuno.
L'isola dell'arcipelago pontino, registra, a seguito degli importanti passaggi fenici, greci e romani, una storia piuttosto instabile oltrechè infelice, alternandosi di fatto di padrone in padrone tra il papato e le nobili famiglie dei regni (i Borboni, i Farnese e di nuovo i Borboni) e vedendosi sotto continuo attacco da parte della feroce pirateria turca ottomana sino alla metà del XVII° secolo circa, periodo che vedrà la riduzione in schiavitù dei pochi abitanti rimasti in vita ed il successivo abbandono e desertificazione delle aree civilizzate.
E' in questo frangente di paura e povertà che i residenti dell'isola avviano una fase di ricerca per escogitare soluzioni difensive in vista dei continui assedi dell'isola da parte delle scorrerie piratesche; nascono così i primi nuclei insediativi scavati nel ventre delle colline, invisibili agli occhi dei nuovi incursori perchè completamente mimetizzati sul suolo tufaceo ed intonacati di calce (tema trattato in quest'altro articolo).
Trattasi di realizzazioni veramente ben integrate con il paesaggio brullo circostante tanto da non accorgersi minimamente della loro presenza nemmeno camminando sui rispettivi livelli di copertura; una sapiente applicazione di arte costruttiva vernacolare locale.

Di fatto, il periodo di ripopolamento di Ponza attraverso il nuovo processo di colonizzazione viene ricordato con la ripresa al controllo dell'isola da parte di Carlo III - avvenuta per donazione da parte della madre Elisabetta Farnese moglie di Filippo V di Borbone - e l'instaurarsi di genti e famiglie provenienti da Ischia e Torre del Greco.
A quell'epoca era usanza donarsi tra famiglie regali vasti territori, ed isole ovviamente, come Ponza.
Umili doni dell'epoca.

Sarà infatti sotto la pressione napoletana del tenace giurista Bernardo Tanucci - Ministro alla corte borbonica di Ferdinando IV - che Ponza vedrà un proprio rinnovamento urbanistico per opera di due tecnici militari: il Magg. Ing. Antonio WINSPEARE ed il Magg. Arch. Francesco CARPI, entrambi appartenenti al Genio Militare.
Prima dello sbarco, l'ingegnere militare relaziona a sua maestà le desolate circostanze di abbandono dell'isola, nuda ed impervia, costituita da un suolo pietroso del tutto inospitale all'uomo, con qualche selvaggio cavernicolo sui dorsi di montagna e priva di prospere piantagioni tranne alcuni alberi di fico sparsi.
Un vero disastro.
Il maggiore Winspeare, tra i migliori tecnici che il regno borbonico abbia mai vantato, godeva di una distinta fama da funzionario progettista e duro burocrate, capace di dirigere severamente i lavori esecutivi nelle condizioni più aspre: l'uomo adatto alla scopo.
Coadiuvato nelle attività dal collega Architetto Carpi (progettista dell'ergastolo sull'isola di Santo Stefano) disegnerà un'immagine dell'isola oggi ancora del tutto riconoscibile nei caratteri architettonici, nel linguaggio adoperato e nelle scelte operate sul campo (da soldato).

Piano urbano WINSPEARE 
Tra il 1768 ed il 1771 i progetti porteranno alla sintesi di un vero piano attuativo, estremamente interessante sotto il profilo funzionale e strutturale, prevedendo principalmente di:
-Ristrutturare la zona portuale, sulle tracce del nucleo originario feniceo, funzionalizzando l'intera banchina ed il retrostante versante di montagna con l'inserimento di servizi, magazzini, locali commerciali e residenze;
-Realizzare i nuovi capisaldi architettonici del mondo civile, simboli del Culto e dell'Autorità: la Chiesa, la Lanterna, il Foro, il nuovo Casamento;
-Rafforzare il sistema difensivo preesistente costituito dalle torri cinquecentesche;
-Avviare una sistemazione infrastrutturale generale per la connessione di Le Forna con il Porto.
Fu così che trapiantando centinaia di galeotti sul posto si avviarono, sotto la supervisione militare, i lavori di rinnovamento del porto.

Il molo: punto di partenza del piano urbanistico che vede la costruzione dei magazzini portuali al livello banchina, caratterizzati da una seriale ripetizione di semplici elementi geometrici impostati su un impianto planimetrico di base rettangolare suddiviso in campate costanti di circa 5.00x5.00 e che vedeva la banchina stessa come unico tessuto connettivo di servizio.
Un'architettura da manuale, militare, funzionale allo scopo, ossessionata dall'angolo retto e dalla rituale reiterazione compositiva; semplice, per mezzo della quale poteva individuarsi la gerarchia di elementi edilizi impostati sul piano del paesaggio.
La linea progettuale dei soldati, coordinata dall'Ing. Winspeare, fu astuta e strategica in tal senso.
Elementi edilizi e fabbriche previste nel piano Winspeare
Cuore pulsante del piano, che definì sotto il profilo illuministico le opere progettuali, fu la quinta retrostante al molo, ricavata sul dorso della montagna e per questo caratterizzata dal dislivello verso il mare.
Un modernissimo impianto compositivo ed infrastrutturale dato dall'arretramento spaziale a monte dei nuovi corpi di fabbrica destinati alle botteghe, aperte sul corso stradale, la nuova passeggiata pedonale (attuale C.so Pisacane), originata come piano di copertura dei magazzini posti sulla sottostante banchina.
Ma vi è di più perché il piano botteghe posto a quota stradale viene duplicato in altezza, vedendosi sormontato da corpi monolivello riservati alle residenze accessibili da un tessuto servente retrostante al fronte mare, pensato come un ballatoio lineare (o un ponte di nave?) riservato agli abitanti e degradante verso il centro dell'isola (attuale Via del Corridoio).
Una netta diversificazione dei percorsi, atta a garantire il passaggio contemporaneo - e su piani fisici differenti - di abitanti, passanti fruitori e lavoratori/marinai del porto; applicazione di un metodo compositivo che attribuirà a Ponza settecentesca l'immagine di una città di fondazione mediterranea moderna, logica, cruda e razionale nelle sue forme per incursione militare, e per questo, distante dagli stili dettati dal labirintico naturalismo spontaneo e pittoresco di tante isole dei nostri mari.

L.C.





sabato 11 aprile 2020

CALCEURBANA - articolo numero#sette - tramezzi in appoggio, stati tensionali e psicopatia dell"open space"

giorno 102 dell'anno 2020
quando senti dire: "demolire,demolire,demolire"!

E' con una nuovissima (ed attesa) proroga delle misure contenitive che giungiamo al centoduesimo giorno dell'anno; precisamente ad un giorno dalla Santa Pasqua.
Il meteo sembra aver preso davvero la giusta piega: un sole tunisino di latitudine tutta romana ci condiziona euforicamente già dalle prime ore del mattino dorando le nostre timidi pelli ancora pallide ed abituate al tepore degli abiti in lana che tra qualche giorno saluterò definitivamente in favore dei tessuti cotonati e tinti dai toni pantoni!
Ma gli effetti più positivi delle promettenti temperature sembrerebbero registrarsi sui nostri audaci spiriti.
Puntiamo tutto su questa maledetta primavera e sulle forti vibrazioni che solamente il clamore pre-estivo riesce puntualmente a procurarci.
Sembra infatti consolidato il principio che l'estate rappresenti in questi giorni, più di qualsiasi altro periodo dell'anno, un vero stato mentale con il quale liberarci dal buio calato in fretta su tutta la nazione, capace di veicolare i ricordi più felici vissuti in spensieratezza la scorsa estate e di farci immaginare quelli che forse, al termine della lotta epidemica, potremmo tornare a vivere.

Lieto che tutta questa atmosfera stia progressivamente contribuendo al miglioramento delle condizioni mentali di ognuno, mi pregio di introdurvi un tema ancora drammaticamente sottovalutato, non solo dai cittadini/abitanti dei singoli nuclei insediativi - circostanza in parte giustificabile - quanto da alcune cerchie di colleghi nel pieno delle loro funzioni di esercizio professionale: la demolizione di strutture verticali interne alle cellule edilizie per lo più storiche, apparentemente - ma solo apparentemente - apprezzabili come tramezzi, ossia come elementi murari aventi funzioni non portanti.
Carlo FORMENTI - La Pratica del fabbricare (1893) TAVOLA XIV
Mi è capitato di relazionare più volte il tema dinanzi a sfere di differenti uditori, anche in sede pubblica, con il risultato di aver acceso interessanti dibattiti a seconda delle casistiche, e per di più, delle esperienze professionali registrate dai miei stessi interlocutori. 
E' un tema che in parte mi rattrista perchè nel campo d'indagine dovrebbe anzitutto sussistere un resistente velo di umiltà e rispetto nei confronti del patrimonio firmato da precedenti colleghi, oltre che un forte atteggiamento prudenziale, atto a garantire, secondo quanto riconosciutoci dalla Costituzione e dall'ordinamento giuridico negli anni, il rispetto del principio di preminente interesse rivolto alla tutela della pubblica incolumità; principio riconosciuto, per l'appunto, unicamente alla figura dell'Architetto e dell'Ingegnere.

Perchè parlo di umiltà?
- Perchè senza di essa non vi sarebbe stimolo intellettuale, nè curiosità d'indagine investigativa, tantomeno sviluppo; anzi, si costituirebbero infruottuose ricerche, inutili persino nella sfera accademica!
- Perchè anche al più esperto e facoltoso dei consulenti tecnici non dovrebbe mai mancare l'umiltà nello studio del caso;
- Perchè ogni caso è differente e risponde alla storia di quel preciso organismo edilizio, alla stregua del corpo umano, in cui risulta difficile poter diagnosticare con accuratezza d'indagine gli innumerevoli contributi soggettivi che potrebbero agevolare l'innesco di determinati meccanismi globali in campo statico. Figuriamoci in campo dinamico con il contributo delle azioni sismiche!
- Ma soprattutto perchè nel nostro mestiere un errore può costare il prezzo di vite umane, l'errore è purtroppo sempre dietro l'angolo, così come il danno, i collassi e i disastri.

Ad ogni modo, il tema di discussione credo possa fondamentalmente svolgersi attraverso l'analisi prima, e la cura dopo, di due gravi forme patologiche sviluppatesi nell'uomo postmoderno a partire dalla seconda metà del XX° secolo:
  1. lo stramaledettissimo "OPEN SPACE". Trattasi infatti di un irrefrenabile desiderio di natura ossessivo-compulsiva caratterizzato dalla necessità di voler sventrare le spazialità interne di una cellula, ad esempio abitativa, attraverso l'eliminazione di qualsiasi tramezzo interno ad essa, per prospettare ambiziose piazze urbane - seconde solo a P.zza Erbe o a P.zza di Siena per dimensioni- in sostituzione delle cucine, sale da pranzo, tinelli, soggiorno e camere da notte inizialmente progettate per quella specifica tipologia edilizia. Fine ultimo dell'open space è per l'appunto perimetrare sotto un'unica massa volumica l'originario impianto tipo-morfologico dell'organismo edilizio attraverso operazioni demolitorie in favore di ambienti unici - talvolta promiscui - anzichè autonomi sotto il profilo funzionale oltrechè ben definiti sul piano distributivo;
  2. l'atteggiamento, potenzialmente manifestabile dal Progettista richiamato nell'incarico di cui al precedente punto 1, qualora avallasse, nei concreti limiti di fattibilità tecnica dell'intervento ed a seguito delle rituali verifiche ricognitive, la reale esecuzione delle opere; ponendosi in tal senso come l'estensore di un progetto lessicalmente contrastante con l'originario impianto edilizio, e per questo, incapace di poterne identificare i valori storici in virtù della snaturalizzazione dell'identità architettonica originaria.
Per quanto entrambe ampiamente diffuse tra gli individui, la prima risulta principalmente circoscritta ai non addetti ai lavori, e pertanto individuabile nella figura del Committente; di contro, la seconda si riscontra (più raramente ma si riscontra comunque) nei Tecnici Progettisti, i quali, in preda all'irrefrenabile istintivo desiderio dei Committenti, veicolano la fattibilità delle opere mediando diplomaticamente tra le logiche operazioni estimative, strutturali, impiantistiche e compositive. Una fatica incredibile ma certamente graziabile se forniti della giusta umiltà verso l'analisi del caso; unica chiave di salvataggio capace di mostrarci il problema da differenti angolazioni sino ad indirizzarci verso soluzioni alternative, da intendersi non come secondarie o meno importanti rispetto alla principale quanto sostanzialmente e formalmente differenti, diverse.
E' bene ricordare infatti come i nostri Padri non abbiano esitato in alcun modo nel proporre ai loro Committenti (PAMPHILI, ORSINI, FARNESE, ANGUILLARA, LUDOVISI, ODESCALCHI, l'intera stirpe di papi e famiglie aristocratiche commissionavano talvolta all'Arch. Bernini, al Bramante, al Barozzi, al Vignola, allo Specchi, al Sangallo, al Valadier, al Vanvitelli, al Fontana, al Borromini al Maderno etc..) quante più soluzioni progettuali possibili per la realizzazione dei più importanti patrimoni storico architettonici ed urbani oggi presenti al mondo (il cui 70% è presente sul territorio italiano).
Tempio di Atena a Ortigia (Duomo di Siracusa)
Messaggio ai miei dotti colleghi: ricordiamoci l'importanza di garantire continuità storica tra gli interventi costruttivi da noi firmati e quelli passati, sui quali interfacciamo quotidianamente le nostre proposte progettuali per necessità dei nuovi eredi e proprietari dei beni.
Ricordiamoci quanto sia importante consentire la lettura, la codifica del lavoro svolto.
Non è solo questione di metodo, di tecnica o scienza.
Dobbiamo agire promuovendo la comunicazione dei nostri intenti affinchè siano sempre riconoscibili i caratteri ed i principi applicati per mezzo delle nostre scelte: in rosso vedete la meravigliosa peristasi greca di matrice dorica con impianto periptero esastilo del V° sec. a.C. inglobata nelle attuali vesti tardo seicentesche, vestigia che i Normanni prima o gli stessi architetti del barocco poi, avrebbero (disgraziatamente) potuto eliminare.

Concludo le premesse rassegnandovi il seguente referto:
- la cura del punto 1 è garantita dal punto 2, ossia dal soggetto affetto dalla forma patologica espressa nello stesso punto 2,
a patto che:
- il soggetto citato nel punto 2 (il Progettista), anch'esso potenzialmente malato se affetto dalla forma patologica espressa nello stesso punto 2, 

rivolga la sua attenzione al caso secondo un approccio tecnico scientifico fondato sull'umiltà e sul profondo rispetto della preesistenza; studiando, analizzando ed osservando. 
Date le premesse, termino l'articolo con un misero ma molesto accenno al problema della rimozione dei tramezzi nei corpi di fabbrica, che grazie all'esperienza sul campo romano posso personalmente esprimere, operando di fatto ordinariamente su strutture di edifici realizzati quasi sempre sul finire del XIX° secolo (se non precedenti), identificati in tal senso come tessuti edilizi prevalentemente storici e per questo caratterizzati da sistemi costruttivi ancora appartenenti al mondo antico.
Ebbene, sotto sforzo o meno, sono da ricondursi al campo d'indagine della c.d. medicina strutturale, è bene pertanto che l'analisi clinica venga eseguita sul bene con la massima perizia e diligenza del caso, attraverso la conduzione delle tre canoniche fasi di lavoro decantate dai tempi universitari e tramandate dai noti saggisti e cultori della materia:
  • visita di sopralluogo; 
  • ricognizione documentale e anamnesi dell'organismo edilizio; 
  • rilievo tecnico e diagnosi.
Non a caso ho deciso di allegare una tavola costruttiva del Formenti riferita ad una costruzione civile realizzata sulla via Nomentana (se disponete di 1.500,00 euro per farvi un regalo al compleanno vi cosiglio di acquistarle), un trentennio dopo l'unità d'Italia, caratterizzata da una pianta regolare con struttura portante in muratura, tre corpi scala allineati sullo stesso piano e due ampi mezzi cortili, notevole percentuale di foratura dei cantonali, maschi rastremati verso i piani superiori. 
Guardando la pianta (piano terreno) ed esaminando la seconda campata da destra, individuata dall'ammorsatura del maschio perpendicolare al cantonale di facciata, notiamo un vano di servizio avente affaccio su strada generatosi per chiusura sul lato sinistro da un paramento murario di spessore assai più ridotto rispetto al maschio stesso, ma comunque disegnato con notevole ampiezza di tratteggio; un elemento che se non debitamente esplorato attraverso dovuti saggi ricognitivi potrebbe in prima istanza presentarsi come "sacrificabile".
Fortuna che il progetto di fabbrica dell'epoca fughi il 90% dei dubbi ancor prima di procedere al sondaggio della tipologia e consistenza di orizzontamento presente superiormente al muro; infatti:

- il tramezzo presenta uno spessore di 15cm, è composto da una tessitura ordinata di laterizi pieni allettati in calce con intonaci di pozzolana spessi 1,5cm. (stonacando la parete verrà poi notata un'ampia piattabanda ad arco ribassato con i conci terminali ammorsati tra il cantonale ed il maschio, a circa 2/3 dell'altezza totale);
- l'orizzontamento del piano superiore (particolarmente elastico) è composto da voltine in mattoni pieni posti in testa con passo tra travicelli in ferro di circa 55cm. 

Eseguita la ricognizione documentale, i carotaggi condotti all'ultimo ricorso del tramezzo mostrarono la completa assenza del travicello in ferro laddove, senza dubbio, doveva essere posto in opera per garantire continuità alla tessitura delle voltine; ruolo in tal senso ricoperto dal tramezzo stesso in veste di appoggio verticale.
Risultava pertanto necessario mantenere eretto il paramento murario per garantire lo stato di equilibrio tra gli elementi consolidatosi in più di un secolo, promuovendone le conservazione degli stati sollecitativi, migliorandone al tempo stesso il comportamento attraverso semplici interventi, eseguiti poi successivamente.
La fortuna - o speranza - di entrare in possesso del patrimonio documentale riferito all'originario impianto di fabbrica è certamente notevole e di grande supporto (dovrebbe essere normale, come per il Notaio acquisire la provenienza curata dal suo collega 150 anni prima) ma non sempre risulta possibile visionarne e quindi studiarne l'intero incartamento a causa delle incompletezze di fonte, con il rischio di non riuscire a comprendere alcune scelte costruttive operate dagli Architetti a monte del progetto.
Ricordarsi quindi che il cantiere è un luogo in continuo divenire capace di sovvertire o modificare le regole di progetto in corso d'opera rappresenta oggi un assunto molto importante divenuto ormai intrascurabile per gli studiosi, soprattutto se riferito ai processi edilizi delle architetture antiche in cui alcune scelte, sebbene ponderate con validi criteri, dovevano rispondere soprattutto ai canoni delle regole dell'arte, tramandate unicamente dall'esperienza maturata sul campo.
Dunque sappiate che quel travicello mancante, con molta probabilità in cantiere non arrivò mai, motivo per cui si decise di optare per una logica costruttiva alternativa che riuscisse comunque a garantire la dovuta stabilità e rigidezza del piano richiesta dal caso; inoltre, per evitare che detto appoggio incrementasse fortemente i valori di carico lineari sul solaio di calpestio (benchè costituito da un piano sormontato da volte a botte), venne realizzata una centina in legno a circa 2/3 dell'altezza del tramezzo per porre in esercizio un arco ribassato volto a scaricare quota parte del peso rispettivamente in direzione del cantonale e del maschio.

Il fascino del saper fare di una volta, nei cantieri di una volta!

(Chiamate sempre il vostro Architetto o Ingegnere di fiducia, anche solo per un controllo preliminare o per valutare i margini di sicurezza attinenti all'intervento).

Comunque quel giorno andò bene, proprio per un caso del tutto analogo..
Niente open space e qualche vita umana risparmiata o come diceva il mio professore di tecnica delle costruzioni: "un paio di morti in meno sulla coscenza Cacciatò!".

La prossima volta vi racconto di quando andò male, ai tempi del tirocinio presso un famoso Studio di architettura e ingegneria di Roma.
Nel frattempo però vi auguro Buona Pasqua.
Vostro,
L.


lunedì 6 aprile 2020

articolo numero#sei-tris - covid-19, colera e rinascimento urbano napoletano nel 1885 (terza parte)

giorno 97 dell'anno 2020
risanamento urbano ai tempi del colera

Nota ai lettori: La prima e seconda parte del post sono in coda al presente


Santa Lucia
Nel 1888 si riunisce in consorzio la Società per il Risanamento, il cui lavoro progettuale verrà coordinato, per l'appunto, dall'Arch. QUAGLIA, posto alla direzione dell'Ufficio d'Arte della stessa Società, che provvederà alla cura e rassegna definitiva degli elaborati architettonici incentrati sullo studio di quattro principali tipolo
Tipologie edilizie a corte
gie edilizie abitative.

In linea con quanto prescritto dagli Uffici municipali e dal piano urbanistico redatto dei colleghi Giambarba e Bruno, Quaglia uniforma i caratteri dell'edilizia popolare all'aspetto formale complessivo dell'intero nuovo impianto urbano, studiando con estrema attenzione i prospetti degli organismi edilizi, i loro affacci e le relazioni tra i lotti limitrofi, ricalcando i caratteri vernacolari dell'architettura abitativa partenopea in favore di un miglioramento dei singoli impianti planimetrici, pensati con tipologia a palazzina, e tipiche corti (talvolta doppie), caratterizzate da quattro/cinque piani fuori terra e servite da molteplici corpi scala (da 1 a 4), a seconda della dimensione e morfologia del singolo lotto. 


Tipologie edilizie a corte
Il fondo archivistico ci mostra un lavoro piuttosto consistente, nel giro di 9 anni vennero infatti progettati oltre 280 fabbricati urbani destinati a ceti medio-bassi, caratterizzati da ammirevoli sperimentazioni architettoniche sul piano sia tipologico che morfologico; il lavoro di Quaglia e del suo Ufficio d'Arte venne così reso attuativo dalla Commissione, disponendo, in ossequio alla cultura urbanistico-edilizia preunitaria, di parcellare l'intero piano stralciando le singole tavole e permettendo così di pianificare i singoli interventi da eseguire sui lotti interessati dall'edificazione, individuando puntuali criteri di riconoscibilità a seconda dei tessuti.

Per quanto attiene alle soluzioni architettoniche proposte, gli archivi storici (Municipio e fondo della Banca d'Italia) ci mostrano un cospicuo lavoro di sperimentazione ed articolazione compositiva profusa dai progettistiforse, mai raggiunta in Italia sino ad allora; è il caso di menzionare le nuove espansioni residenziali realizzate nell'area dei pressi del Marcato, ove la flessibilità dei singoli alloggi trovava flessibilità ed organizzazione attraverso moderni concetti di modularità spaziale; scompaiono lunghi e ciechi corridoi interni in favore di stanze passanti dotate di doppi affacci.

Nel brano orientale e periferico della città, bonificato dalla precedente reggenza borbonica e caratterizzato in quegli anni da campi agricoli, viene approvato il progetto di Giambarba per la realizzazione di un quartiere operaio che desse residenza ai lavoratori dell'area industriale e produttiva.
A sud della stazione centrale, viene proposta una maglia urbana ortogonale con l'inserimento di tipologie edilizie intensive (dai 16 ai 20 alloggi ciascuna) a cinque piani con base rettangolare, impostate su doppi cortili (vd figure).
E. Manet - Il bar delle Folies-Bergère
Le tipologie edilizie del ventre storico, diradato ed igienizzato con l'apertura del Rettifilo, vennero impostate sull'originaria matrice abitativa napoletana, a conservazione delle consuete abitudini quotidiane del cittadino partenopeo: botteghe produttive e locali commerciali ai piani basamentali, necessarie per garantire continuità all'uso e costume tipico della città del sud.
La strada, oltre i cortili, concepita come nuovo principio ispiratore di modernità, quella ritratta dagli espressionisti francesi e decantata da Baudelaire, capace di rendere partecipi i passanti con la vita urbana e la sua nuova città; una città moderna, fatta di locande, bar e caffetterie.


Il Caffè di napoli! Come scrive Erri De Luca, “A riempire una stanza basta una caffettiera sul fuoco"!

Auguriamoci di poter uscire presto, per tornare a sorseggiarlo tra i fitti vicoli, colmi di odori, urla e clamori.
Forza Napoli.

L. 

venerdì 3 aprile 2020

articolo numero#sei-bis - covid-19, colera e rinascimento urbano napoletano nel 1885 (seconda parte)

giorno 94 dell'anno 2020
risanamento urbano ai tempi del colera

Nota ai lettori: La prima parte del post è in coda al presente


Matilde SERAO (1884)
In effetti, secondo il parere di alcuni esperti economisti, il vero prezzo dell'operazione politico-urbanistica e dei suoi considerevoli effetti collaterali registrati sulla città e sull'intero Regno d'Italia, sembrerebbe non essersi mai completamente saldato; ciò in virtù delle opinabili scelte operate in quel preciso frangente storico (lo sventramento di un'ampia porzione del cuore storico urbano, colmo di identità architettoniche, preesistenze ed antichi luoghi) e delle particolari leve economiche esercitate per il finanziamento degli interventi. 
Ma i grandi piani urbanistici dell'ottocento europeo si sa, non curavano la conservazione del tessuto cittadino se non attraverso importanti operazioni chirurgiche di diradamento e sventramento, talvolta senza pesare in modo appropriato le preesistenze storico architettoniche disseminate sul territorio, troppo spesso valutate come oggetti d'intralcio alle politiche espansionistiche della città, e per questo, soppresse già sulla carta, a monte del progetto.
Effettivamente, in quegli anni, la cura indotta dall'Urbanista trovava il suo effetto di risanamento attraverso l'apertura di nuove ferite sui tessuti, indorando la pillola con prefigurazioni circa il futuro rinnovamento e miglioramento dei livelli di aspettativa di vita; eredità disciplinare, quella dell'igiene urbana, specifica della cultura ingegneristica sviluppatasi dalla seconda metà dell'ottocento. 
E così fu per la capitale partenopea, anche se la vera ferita napoletana non viene ricordata tanto per le cesura urbana praticata tra i quartieri di Porto, Pendino e Mercato in favore dell'elegante grand boulevard C.so Umberto I - spina dorsale dell'intero progetto di risanamento e catalizzatore di altissime rendite fondiarie della città - quanto per l'immutata realtà di degrado e povertà celata dietro alle virtuose quinte umbertine dei nuovi impianti edilizi sviluppati dagli imprenditori piemontesi e romani sui nuovi assi e piazze urbane.
Demolizione dei FONDACI

Matilde Serao romanza in due atti, e con reale stile di cronaca, la vita del povero e disadattato napoletano abitante nel "Ventre", la zona centrale e popolare della città, culla sovraffollata  della classe più povera in preda al degrado e alla continua insorgenza di malattie, stabilitasi nei caratteristici impianti medievali dei fondaci, caratterizzati da botteghe, depositi e locande ai piani terra e case di abitazione ai superiori servite da un'unica latrina in uso a tutti gli inquilini i cui liquami confluivano in buchi posti al centro delle corti spesso affollate di bambini intenti a giocare.
E' qui che si attua il piano urbanistico di GIAMBARBA, è qui che il Regno d'Italia, e per suo tramite, il Comune di Napoli, interverrà per avviare le opere di risanamento ed igienizzazione della città: attraverso la demolizione dei fondaci. Operazione che attraverso il perfido calcolo dell'indennità di esproprio garantita dalla legge fresca di approvazione (art. 13 L. 2892/1885), gettò le premesse per garantire agli attori di una delle più vaste imprese urbanistiche dell'ottocento europeo, l'acquisizione di tutti i lotti di terreno centrali a prezzi di favore rispetto ai valori di rivendita prodotti nell'immediato. 

Per questo motivo, nella storia politica italiana la legge urbanistica speciale su Napoli viene principalmente ricordata come dramma immobiliare di teatro speculativo, andato in scena attraverso l'espropriazione per pubblica utilità in favore della speculazione edilizia privata; fu così, infatti, che le più importanti società, banche ed istituti di credito italiano, avviarono i processi di massimizzazione delle rendite fondiarie sui lotti espropriati.

La vasta operazione coinvolse molteplici banche, società immobiliari ed imprese di costruzioni atte ad impegnare ingenti somme di denaro per la realizzazione dei nuovi eleganti quartieri (la Banca Tiberina fu arteficie del Vomero), costituiti, al posto delle preesistenti case popolari, da nuove e pregiate tipologie edilizie per ceti più abbienti; così, mentre l'impresa Esquilino si impegnava a riqualificare il rione Santa Brigida, ove parte delle antiche abitazioni erano state sacrificate per le nuove sezioni stradali, e realizzava la splendida galleria Umberto I, un'altra importante società terminava il rettifilo in direzione della stazione centrale.

Diciamo che al di là dei propositi relativi all'incremento delle rendite, la storia napoletana registra un significativo contributo anche sul piano progettuale rivolto alle nuove esigenze del popolo.
Dovendo nel merito fronteggiare la drammatica circostanza di oltre 85.0000 espropriati riversati nelle strade, impossibilitati nel permettersi l'affitto delle abitazioni realizzate sui loro "vecchi lotti", agli Uffici del Municipio venne affiancato il supporto della Società per il Risanamento, composta da banche, società, imprese esecutrici e soprattutto da Professionisti tecnici, autori delle nuove tipologie edilizie popolari.
Si trattava d'altronde di perseguire quegli indirizzi giuridici richiamati nella stessa legge promotrice (L. 2892/1885), ossia di costruire in modo proporzionato case a buon prezzo per ceti medi ed agiati quanto alloggi per gente povera, alla quale poter inoltre garantire affitti a prezzi economici. 

Spunta Piero Paolo Quaglia, Architetto del Varese.

(continua nel prossimo post)






lunedì 30 marzo 2020

articolo numero#sei - covid-19, colera e rinascimento urbano napoletano nel 1885

giorno 90 dell'anno 2020
risanamento urbano ai tempi del colera

In realtà questa condizione di clausura sta procurando a tutti molto più lavoro (e preoccupazioni) del previsto, almeno rispetto a quanto inizialmente immaginato dal Governo meno di un mese fa, tanto da impedirmi la pubblicazione di alcuni articoli abbozzati con genuina spensieratezza nel corso dell'ultima settimana.

Tra i vari, in effetti, questo periodo pandemico mi ha permesso di riesaminare i fatti urbanistico-politici registrati nella seconda metà del XIX° secolo nella fiorente ed incantevole Napoli post-unitaria, inginocchiata, ahimè, dall'ennesima epidemia di colera diffusasi per il centro storico, che richiamò i migliori architetti  urbanisti ed ingeneri a presentare al Municipio (in meno di tre settimane) proposte esecutive ed immediatamente attuabili, per il risanamento igienico e la relativa ristrutturazione urbana dei brani di quartiere ritenuti "colpevoli" di aver cagionato - per la quarta volta consecutiva - il violento diffondersi del colera.

E' quindi in piena assonanza con le sue note proprietà disinfettanti che calceurbana vuole ricordare l'evento storico affrontato più di un secolo fa dalla città di Napoli, grazie all'approvazione dell'audace progetto di risanamento urbano firmato dall'Ing. Sovrintendente all'Ufficio Tecnico Municipale Adolfo GIAMBARBA, approvazione avvenuta, tra l'altro, in data 17/02, giorno del mio compleanno.
Così, mentre in Italia si dispongono misure urgenti per il contenimento e la gestione dell'emergenza epidemiologica da COVID-19, 136 anni prima Napoli si trova a fronteggiare il noto e sottovalutato problema dell'infrastruttura fognaria, dell'acqua potabile e dell'edilizia popolare ad alta densità, cause, per la quarta volta consecutiva, di un'epidemia di colera, stavolta giunta violentissima.
D'altronde, la storia ci segnala che si trattava di un tema piuttosto ricorrente negli ultimi decenni, i napoletani erano infatti abituati all'emergenza sanitaria che per ragioni di natura sia tecnica che economica il governo  non era riuscito negli anni definitivamente a risolvere, dovendo nella fattispecie intervenire per decongestionare i quartieri centrali occupati in buona quota dalla classe più povera e popolare, adeguando, al tempo stesso, la rete fognante sovraccaricata affinché si limitasse l'inquinamento dei suoli e quindi, il rischio di contaminazione urbana.

Fu quindi in occasione di tale circostanza igienica, divenuta del
DEPRETIS
tutto impellente per la salute e lo sviluppo della città sotto il piano urbanistico, che l'allora Presidente al Consiglio dei Ministri del Regno d'Italia Agostino DEPRETIS in occasione di una visita in città con il Sindaco e Senatore del Regno, Nicola AMORE, esclamò: "Bisogna sventrare Napoli!" Sosteneva infatti che "[...]La questione igienica napoletana è ben conosciuta e non occorre inchiesta, invece bisogna seriamente studiare la parte edilizia e quella finanziaria per conciliare la trasformazione delle abitudini popolari e le nuove fabbricazioni con la libera industria e perciò occorre il parere di uomini tecnici competenti anziché di uomini politici [...]"
Dunque rientrato alla Camera dei Deputati, DEPRETIS propone la legge di risanamento urbanistico e in data 15 gennaio 1885 viene promulgata come "Legge per il Risanamento della città di Napoli" che troverà esecuzione mediante le ricorrenti forme di esproprio per pubblica utilità, unico strumento urbanistico all'ora vigente (L. n. 2359 del 1865) per attuare i c.d. piani edilizi su tutto il territorio dell'Italia post-unitaria; infatti l'articolo 1 affermava che: "Sono dichiarate di pubblica utilità tutte le opere necessarie al risanamento della città di Napoli, giusto il piano, che in seguito a proposta del Municipio sarà approvato per regio decreto".

[Nota: Pubblicherò nel mese di aprile un articolo molto interessante sull'analisi tecnica della prima legge in materia di esproprio, con evidenza degli indirizzo di intervento previsti per l'esecuzione dei piani regolatori nelle principali città italiane.]

Tempo pochi giorni che il Sindaco, a seguito della lettura pubblica in sede di giunta, promuove la formazione di una commissione presieduta da Architetti ed Ingegneri esperti di urbanistica per il rilascio di pareri tecnici attinenti ai seguenti tre temi:

  • Decongestione dei quartieri "bassi" tramite operazioni di diradamento;
  • Ampliamento dell'abitato in virtù del diradamento da eseguire sui lotti popolari;
  • Efficientamento dell'infrastruttura fognante urbana.
Presiede la commissione l'Ing. GIAMBARBA, estensore della prima soluzione di piano urbano di risanamento che vedrà approvazione formale in data 17/02/1885; meritevoli risulteranno comunque diversi contributi profusi anche da altri tecnici esperti, tra i quali, amo ricordare quelli dell'Architetto Lamont Young urbanista britannico nato e morto (suicida) a Napoli, autore di molteplici  splendide opere come il castello Aselmeyer sito in C.so Vittorio Emanuele nel quartiere Chiaia e diversi palazzi nei rioni di nuova espansione. Altrettanto visionari e coreografici saranno alcuni suoi progetti mai realizzati (purtroppo), tra i quali la sistemazione del rione Venezia e dei Campi Flegrei (attuale quartiere Bagnoli) secondo un fantastico modello di garden city, composta di canali navigabili, residenze e pubblici edifici a bassa densità, parchi fluviali...una visione fantastica e forse per questo, troppo contrastante con le diffuse forme speculative attive in quel periodo a Napoli.

[Ho già scritto su Young ai tempi del tutorato universitario e prometto una pubblicazione qui su calceurbana.]

Torniamo a Napoli però.
Ecco la tavola con evidenza dei principali interventi da eseguire ed il tracciato ferroviario ipotizzato dall'Ufficio Comunale per connettere le aree orientali di nuova espansione con il centro abitato.
Non risulta ben leggibile - causa colore chiaro -  l'operazione di sventramento con relativa costituzione della spina dorsale (il rettifilo) che connetterà spazialmente la stazione di P.zza Garibaldi con il Municipio, attraversando i quartieri PORTO - PENDINO e MERCATO e diradando gli edifici posti nel mezzo del tracciato, come dallo stralcio di elaborato a seguito.
Cosciente, forse, dell'esperienza sugli sventramenti parigini operati dal Prefetto della Senna  qualche anno prima(il Barone Haussmann), Giambarba sintetizza con questo piano le operazioni di ristrutturazione e risanamento del tessuto edilizio mediante la realizzazione di un elegante rettifilo di circa 1300 metri (attuale C.so Umberto I) tranciante i quartieri focolai, vedendo così allineata P.zza Garibaldi con P.zza G. Bovio (Università) dalla quale dipartirà il nuovo tridente per Toledo incrociando la Via Medina ed il palazzo del Municipio.
Nel mezzo del tracciato, una nuova piazza igienica ad ampio respiro (attuale P.zza N. Amore) veniva attraversata da un'asse trasversale di sezione inferiore atto a connettere il cuore medievale ed il lato nord della città con la zona portuale; inoltre, una maglia di ordine minore, trasversale al rettifilo, apriva gli isolati sull'asse nord-sud in direzione del mare, favorendo l'incanalamento tra i lotti delle salubri brezze marine.
Così, sulla scia degli eleganti e freschi boulevard haussmaniani, anche Napoli si prepara alla monumentalizzazione del tessuto centrale mediante sventramenti ed ampliamenti di portata non inferiore; la mano di Giambarba disegna i nuovi isolati residenziali verso occidente, sotto le colline tanto amate dai cittadini per il clima (nasce il Vomero), raccordandoli con piazze ad impianto stellare di otto vie.
Anche verso est, lato della città che verrà prediletto per ospitare strutture prevalentemente produttive e direzionali, vengono attuati una serie di interventi per favorire il collegamento tra l'area portuale e i brani urbani posti al lato nord; viene infatti prolungato l'asse della stazione (attuale C.so Garibaldi) verso il mare e in direzione di Via Foria, così da connettere il settecentesco Albergo dei Poveri progettato dall'Arch. Ferdinando FUGA, operazione che generò un'ulteriore composizione stradale a tridente giacente tra il Borgo Sant'Antonio e l'Arenaccia.

Via anche al rinnovamento dell'infrastruttura fognante napoletana. 
L'Ing. Giambarba aveva infatti previsto, tramite il riuso delle macerie di risulta dagli interventi di demolizione, l'innalzamento del livello di quota stradale di circa 3 metri rispetto suolo minimizzando così il rischio di infezione in caso di fuoriuscita di liquami; nello stesso periodo, si avviavano altresì gli interventi per la realizzazione del nuovo acquedotto.

Il processo di igienizzazione urbana, inizialmente capitanato dall'Amministrazione locale, stava di fatto mutando per sempre, tramite vaste operazioni demolitorie a discapito di importanti preesistenze storiche ed identitarie, l'impianto della città di Napoli.
Addio bastioni attorno al Maschio..(anch'esso ipotizzato nelle operazioni demolitorie degli Uffici!)
Addio case a schiera in Via Santa Brigida..
Addio anche a molte sacre chiesette medievali e monumenti storici.
Nel corso di questi anni uno tra i più consistenti processi di risanamento, rinnovamento e ristrutturazione urbanistica investe la città..  
Ma a quale prezzo

(continua nel prossimo post)