domenica 26 aprile 2020

CALCEURBANA - articolo numero#nove - città-porto di Alsium e docenza nelle province Odescalche

giorno 117 dell'anno 2020
2017: dediche personali nell'etruria laziale

Alla fine è tornato il bel tempo.
Le recenti tiepide piogge hanno confinato il temuto batterio tra i tombini della città rinnovando l'aria del quartiere per concederci, sembra, una tregua, e forse, la possibilità di provare a respirare a pieni polmoni.
Forse con meno ansia.

E' ancora molto vivo il ricordo d'Aprile del 2017, anno che mi vedeva impegnato in parte come docente ministeriale presso un istituto tecnico della malinconica provincia romana; ero stato inoltre nominato Commmissario alla sessione degli esami di giugno e i candidati sembravano pronti a scendere in spiaggia, a far festa tra gli ombrelloni in paglia del litorale.
In effetti, era pressochè giunta l'estate, e con lei, anche i vibranti torni vacanzieri.
Senza quella nomina, probabilmente non avrei mai scoperto il talento culinario del nipote di Amedeo Minghi, che a 150 metri da quell'istituto preparava fenomenali arancini ripieni di polpa di granchio; un profilo somatico noto e inconfondibile quello del ragazzo, che ci omaggiava dei suoi saporiti tributi sinfo-gastronomici dentro la ricca rosticceria.

Mi spostavo in treno perchè immancabile occasione contemplativa del paesaggio oltrechè fonte di continua immaginazione, anche se per poco; 40 minuti circa, trascorsi tra le fitte quinte alberate dell'Aurelia, bordate da alti canneti e salici verdissimi.

All'arrivo, in stazione, l'odore ferroso tra le banchine, quasi a preannunciare il nero manto del litorale tanto amato dal romano giornalista Iannattoni, sabbia che sponsorizzava negli anni cinquanta per le proprietà benefiche; scriveva infatti che il Ministero della Salute avrebbe dovuto consentire l'apertura di poliambulatori proprio su di essa, ponendoci le stesse sale d'attesa per promuovere il trattamento di sabbiatura ai pazienti in fila.
Baldassarre Ladislao ODESCALCHI Principe
LADISLAO Odescalchi
Poveri capannari e barcaroli del Tevere!
La calde stagioni di quegli anni avrebbero in breve spostato anche gli ultimi bagnanti romani a pochi chilometri nord della capitale; il tutto, all'insaputa - o quasi - del "Caronte" di Porto Ripetta.
Il noto traghettatore, infatti, non avrebbe mai immaginato che da li a poco sarebbe arrivata l'odescalca città di Ladislao per dare il colpo mortale alle pittoresche capanne teverine, e con loro, ai pochi imprenditori fiumaroli come lui.
La deviazione ferroviaria voluta dal giovane Principe Odescalchi avrebbe infatti garantito un rapido esodo dalla calura cittadina con partenza treni Termini - Trastevere due volte al giorno, assicurando i rientri alle famiglie per l'ora di pranzo e in serata, dopo le 21:00.
Poche speranze, quindi, per il lupo di fiume dalla barba bianca e lanosa che il romanesco Pascarella, ci dice, rispondeva così: "Caro Lei...troppi stabilimenti...se capisce che l'affari vanno male! [...] "Alto e robusto con la faccia abbrunita dal sole, siede gravementesulla poppa di una sua barca, chiamata l'Arca di Noè, e non abbandona il suo posto se non per raccogliere dignitosamente nella berretta il prezzo del breve viaggio fluviatile [...].
"Caro Lei" diceva al viaggiatore, "Li tempi de na'vorta! Allora, difatti, quando al cominciar dell'estate non era ancora venuta la moda del fuggirsene sulle rive del Tirreno azzurro e dell'Adriatico verde, l'inaugurazione della capanne era davvero per la vita romanaun avvenimento, ma adesso invece è divenuta la cosa più semplice al mondo. [...] Troppi stabilimenti, li tempi de na'vorta sò finiti!" 

Trascorsi la mattina dei natali di Roma lì, in quell'aprile di tre anni fa, al bordo di una pianura scottata da un sole già fortissimo e lambita dal passaggio di un vento al profumo di campagna intriso di mare; un'aria bagnata e colma di sale mi ridestava in poco, appena sceso dalla carrozza.
Il tragitto sconnesso, in direzione dell'istituto, ero solito percorrerlo in compagnia di un collega Architetto residente nei pressi di Ostiense in Roma, esclusivamente impegnato nell'arruolamento ministeriale tanto che da lì a pochi mesi, sarebbe stato immesso definitivamente in ruolo; una persona meritevole ed estremamente buona, dal volto sincero in tutte le occasioni.
Era originario di terre calabre, motivo per cui non soffriva del potenziale senso di estraneazione generato da simili paesaggi urbani fuori stagione, affezione patologica particolarmente diffusa ed avvertita invece da noi Architetti romani, se proiettati appena fuori da G.R.A., in realtà urbanistiche sviluppatesi prevalentemente nel corso dei noti cicli speculativi edilizi; ma lui no, lui non si lamentava.
Anzi, da buon uomo del sud scalava abilmente le vette dell'adattamento evitando in modo del tutto naturale qualsiasi forma traumatica; si spostava in biciletta, ambientato negli usi quotidiani di quella realtà marittima che in poco tempo lo aveva reso parte integrante del desiderato quieto cosmo provinciale.

ALSIUM - estratto cartografico del 1820 circa
Io invece mi preoccupavo di collezionare angoli con identità e carattere, capaci di valorizzare, tra il fitto bosco edilizio del corso e le ville diradate dalla stazione verso il mare, i miei brevi soggiorni bisettimanali. 
La mia, più che una malattia, si manifestava piuttosto come una forma di resistenza alle profetiche parole di Giovanni Michelucci, secondo cui non era l'uomo a fare la città ma la città l'uomo; circostanza che mi portava a misurare con maggior attenzione le distanze, contribuendo però a farmi coltivare gioiosamente e con slancio, le relazioni interne alla stessa città, affinchè al posto dei ripetitivi vuoti urbani potessi immaginarmi dei luoghi "sempre belli e generativi di incontri" (Arch. Giovanni Michelucci).
Una necessità per le anime belle - così le chiamava il nostro poeta P.P.P. - quella di riconoscere il bello a tuti i costi e ovunque, nel quotidiano.

Poi c'era lei, una collega della Sicilia.
Anch'ella impegnata nella ricerca del bello ma per ragioni decisamente meno patologiche, estetizzanti e critiche delle mie; aveva infatti lasciato sull'isola il marito con il cane per dedicarsi alla nomina da docente e nei fine settimana passeggiava sulla spiaggia per guardare il mare, quasi servisse a riconciliarsi con loro e le meridionali terre.
Era dotata di un potentissimo fascino intellettuale e di una pazienza imbarazzante e malgrado il suo inquieto stato d'animo saturo di pensieri rivolti alla famiglia, dedicava incredibili sorrisi a tutti i colleghi, indistintamente.

Credo piacessi ad entrambi e loro piacevano a me.
Con loro due, lì, la mia permanenza assumeva un carattere coinvolgente e di coinvolgimento reciproco.
Lì dove nei pressi del Borgo di Palo sorgeva in pietra l'etrusca città-porto di Alsium, sottratta dai Romani e divenuto strategico accampamento.
Dove nelle perdute trame del paesaggio agrario, un tempo geometriche centurie romane scandite da canali e fossati tra il Vaccina e il Sanguinara, terra tra i due fiumi che il giovane Odescalchi astutamente lottizzò su disegno dell'Ing. Cantoni al termine del XIX° secolo.
Proprio lì.
Tra una manciata di ricordi felici e i frammenti di un lontano dramma familiare, riuscivo a sentirmi a casa.

Allegato planimetrico all'Atto di compravendita di terreni curato dal Notaio Buttaoni in Roma tra le parti Principe Baldassarre Ladislao Odescalchi e l'impresa dell'Ing. Vittorio Cantoni (anno 1888).

Ma è con voi due, colleghi e amici di quel breve trascorso, che i brani della città sembravano più belli e spontanei di come realmente ci apparivano a tutti e tre.
Ed è forse grazie a questo ricordo che oggi mi appare ancora così.
Una città in grado di averci accolto e fatto incontrare, scritta in parte anche da noi, con le nostre memorie, oltre gli edifici.
Una città vera, ma anche un pò immaginata.
La città del nostro anno.
La città di Ladislao.

Vostro
L.C. 


P.S.
E' icredibile come in questo ritratto vi sia tanta somiglianza tra il Principe e il Poeta Gabriele D'Annunzio!
Fateci caso.




lunedì 20 aprile 2020

CALCEURBANA - articolo numero#otto - arcipelago pontino, Ponza settecentesca e incarichi di lavoro post-borbonici

giorno 111 dell'anno 2020
l'urbanistica dal brugantino di sua maestà Ferdinando IV

La fortuna più grande per un Architetto, dopo quella di esser nato e vivere a Roma, è certamente quella di poter viaggiare nel corso della settimana per giungere in luoghi diversi, oggetto, di volta in volta, di nuovi incarichi professionali.
Gaspar van Wittel - Porto di Napoli
Infatti, prima ancora delle soddisfazioni economiche derivanti dalle fruttuose competenze professionali, trovo senza dubbio stupefacente l'opportunità di poter fruire luoghi e spazi del territorio per esigenze specifiche ed intrinseche al Mestiere, capace di farmi cogliere sfumature talvolta trascurabili, apprezzandone i caratteri ed i valori frutto di articolati naturali processi evolutivi.
Indubbiamente, poter essere anziché dover stare: la più grande opportunità di vita per un uomo nonché migliore condizione di lavoro per un Architetto, scrittore della storia dell'uomo e turista delle sue terre.
E'così che nasce il turismo, termine derivatoci da radici francesi di età barocca per definire i grandi flussi esplorativi intrapresi nell'Europa continentale da ricchi aristocratici dell'epoca (ritrattisti, architetti, ingegneri, scrittori) per accrescere il loro sapere nelle città d'arte e di cultura attraverso la diretta fruizione dei luoghi, con l'obiettivo di comunicarne le magnificenze al rientro in patria, trasmettendone i valori acquisiti.

L'opportunità di conoscere il mondo antico calamitava infatti esploratori da ogni angolo d'Europa per assicurarsi un soggiorno nella laguna di Venezia, tra i siti archeologici del Palatino a Roma, tra gli scavi di Ercolano e Pompei e poi a Napoli, a meravigliarsi dei Campi Flegrei e dei colori del Golfo di Pozzuoli con le vicine attività vulcaniche, sino a scendere in Sicilia per rilevare dal vivo le vestigia delle colonie della Magna Grecia e "la purezza dei contorni, la morbidezza di ogni cosa, la cedevole scambievolezza delle tinte, l'unità armonica del cielo col mare e del mare con la terra (...) chi li ha visti una sola volta, li possederà per tutta la vita"; così scriveva Goethe durante il suo Grand Tour in Italia.

Ebbene, la conduzione di un incarico professionale sull'isola di Ponza - in essere dal 2017 circa - mi ha portato ad analizzare con attenzione alcuni aspetti storico urbanistici del posto, valutando i processi evolutivi afferenti alle primordiali tipologie edilizie, traendo oltretutto differenti conclusioni circa i principali caratteri di riconoscibilità dei ponzesi, sui quali, ovviamente, non farò cenno alcuno.
L'isola dell'arcipelago pontino, registra, a seguito degli importanti passaggi fenici, greci e romani, una storia piuttosto instabile oltrechè infelice, alternandosi di fatto di padrone in padrone tra il papato e le nobili famiglie dei regni (i Borboni, i Farnese e di nuovo i Borboni) e vedendosi sotto continuo attacco da parte della feroce pirateria turca ottomana sino alla metà del XVII° secolo circa, periodo che vedrà la riduzione in schiavitù dei pochi abitanti rimasti in vita ed il successivo abbandono e desertificazione delle aree civilizzate.
E' in questo frangente di paura e povertà che i residenti dell'isola avviano una fase di ricerca per escogitare soluzioni difensive in vista dei continui assedi dell'isola da parte delle scorrerie piratesche; nascono così i primi nuclei insediativi scavati nel ventre delle colline, invisibili agli occhi dei nuovi incursori perchè completamente mimetizzati sul suolo tufaceo ed intonacati di calce (tema trattato in quest'altro articolo).
Trattasi di realizzazioni veramente ben integrate con il paesaggio brullo circostante tanto da non accorgersi minimamente della loro presenza nemmeno camminando sui rispettivi livelli di copertura; una sapiente applicazione di arte costruttiva vernacolare locale.

Di fatto, il periodo di ripopolamento di Ponza attraverso il nuovo processo di colonizzazione viene ricordato con la ripresa al controllo dell'isola da parte di Carlo III - avvenuta per donazione da parte della madre Elisabetta Farnese moglie di Filippo V di Borbone - e l'instaurarsi di genti e famiglie provenienti da Ischia e Torre del Greco.
A quell'epoca era usanza donarsi tra famiglie regali vasti territori, ed isole ovviamente, come Ponza.
Umili doni dell'epoca.

Sarà infatti sotto la pressione napoletana del tenace giurista Bernardo Tanucci - Ministro alla corte borbonica di Ferdinando IV - che Ponza vedrà un proprio rinnovamento urbanistico per opera di due tecnici militari: il Magg. Ing. Antonio WINSPEARE ed il Magg. Arch. Francesco CARPI, entrambi appartenenti al Genio Militare.
Prima dello sbarco, l'ingegnere militare relaziona a sua maestà le desolate circostanze di abbandono dell'isola, nuda ed impervia, costituita da un suolo pietroso del tutto inospitale all'uomo, con qualche selvaggio cavernicolo sui dorsi di montagna e priva di prospere piantagioni tranne alcuni alberi di fico sparsi.
Un vero disastro.
Il maggiore Winspeare, tra i migliori tecnici che il regno borbonico abbia mai vantato, godeva di una distinta fama da funzionario progettista e duro burocrate, capace di dirigere severamente i lavori esecutivi nelle condizioni più aspre: l'uomo adatto alla scopo.
Coadiuvato nelle attività dal collega Architetto Carpi (progettista dell'ergastolo sull'isola di Santo Stefano) disegnerà un'immagine dell'isola oggi ancora del tutto riconoscibile nei caratteri architettonici, nel linguaggio adoperato e nelle scelte operate sul campo (da soldato).

Piano urbano WINSPEARE 
Tra il 1768 ed il 1771 i progetti porteranno alla sintesi di un vero piano attuativo, estremamente interessante sotto il profilo funzionale e strutturale, prevedendo principalmente di:
-Ristrutturare la zona portuale, sulle tracce del nucleo originario feniceo, funzionalizzando l'intera banchina ed il retrostante versante di montagna con l'inserimento di servizi, magazzini, locali commerciali e residenze;
-Realizzare i nuovi capisaldi architettonici del mondo civile, simboli del Culto e dell'Autorità: la Chiesa, la Lanterna, il Foro, il nuovo Casamento;
-Rafforzare il sistema difensivo preesistente costituito dalle torri cinquecentesche;
-Avviare una sistemazione infrastrutturale generale per la connessione di Le Forna con il Porto.
Fu così che trapiantando centinaia di galeotti sul posto si avviarono, sotto la supervisione militare, i lavori di rinnovamento del porto.

Il molo: punto di partenza del piano urbanistico che vede la costruzione dei magazzini portuali al livello banchina, caratterizzati da una seriale ripetizione di semplici elementi geometrici impostati su un impianto planimetrico di base rettangolare suddiviso in campate costanti di circa 5.00x5.00 e che vedeva la banchina stessa come unico tessuto connettivo di servizio.
Un'architettura da manuale, militare, funzionale allo scopo, ossessionata dall'angolo retto e dalla rituale reiterazione compositiva; semplice, per mezzo della quale poteva individuarsi la gerarchia di elementi edilizi impostati sul piano del paesaggio.
La linea progettuale dei soldati, coordinata dall'Ing. Winspeare, fu astuta e strategica in tal senso.
Elementi edilizi e fabbriche previste nel piano Winspeare
Cuore pulsante del piano, che definì sotto il profilo illuministico le opere progettuali, fu la quinta retrostante al molo, ricavata sul dorso della montagna e per questo caratterizzata dal dislivello verso il mare.
Un modernissimo impianto compositivo ed infrastrutturale dato dall'arretramento spaziale a monte dei nuovi corpi di fabbrica destinati alle botteghe, aperte sul corso stradale, la nuova passeggiata pedonale (attuale C.so Pisacane), originata come piano di copertura dei magazzini posti sulla sottostante banchina.
Ma vi è di più perché il piano botteghe posto a quota stradale viene duplicato in altezza, vedendosi sormontato da corpi monolivello riservati alle residenze accessibili da un tessuto servente retrostante al fronte mare, pensato come un ballatoio lineare (o un ponte di nave?) riservato agli abitanti e degradante verso il centro dell'isola (attuale Via del Corridoio).
Una netta diversificazione dei percorsi, atta a garantire il passaggio contemporaneo - e su piani fisici differenti - di abitanti, passanti fruitori e lavoratori/marinai del porto; applicazione di un metodo compositivo che attribuirà a Ponza settecentesca l'immagine di una città di fondazione mediterranea moderna, logica, cruda e razionale nelle sue forme per incursione militare, e per questo, distante dagli stili dettati dal labirintico naturalismo spontaneo e pittoresco di tante isole dei nostri mari.

L.C.





sabato 11 aprile 2020

CALCEURBANA - articolo numero#sette - tramezzi in appoggio, stati tensionali e psicopatia dell"open space"

giorno 102 dell'anno 2020
quando senti dire: "demolire,demolire,demolire"!

E' con una nuovissima (ed attesa) proroga delle misure contenitive che giungiamo al centoduesimo giorno dell'anno; precisamente ad un giorno dalla Santa Pasqua.
Il meteo sembra aver preso davvero la giusta piega: un sole tunisino di latitudine tutta romana ci condiziona euforicamente già dalle prime ore del mattino dorando le nostre timidi pelli ancora pallide ed abituate al tepore degli abiti in lana che tra qualche giorno saluterò definitivamente in favore dei tessuti cotonati e tinti dai toni pantoni!
Ma gli effetti più positivi delle promettenti temperature sembrerebbero registrarsi sui nostri audaci spiriti.
Puntiamo tutto su questa maledetta primavera e sulle forti vibrazioni che solamente il clamore pre-estivo riesce puntualmente a procurarci.
Sembra infatti consolidato il principio che l'estate rappresenti in questi giorni, più di qualsiasi altro periodo dell'anno, un vero stato mentale con il quale liberarci dal buio calato in fretta su tutta la nazione, capace di veicolare i ricordi più felici vissuti in spensieratezza la scorsa estate e di farci immaginare quelli che forse, al termine della lotta epidemica, potremmo tornare a vivere.

Lieto che tutta questa atmosfera stia progressivamente contribuendo al miglioramento delle condizioni mentali di ognuno, mi pregio di introdurvi un tema ancora drammaticamente sottovalutato, non solo dai cittadini/abitanti dei singoli nuclei insediativi - circostanza in parte giustificabile - quanto da alcune cerchie di colleghi nel pieno delle loro funzioni di esercizio professionale: la demolizione di strutture verticali interne alle cellule edilizie per lo più storiche, apparentemente - ma solo apparentemente - apprezzabili come tramezzi, ossia come elementi murari aventi funzioni non portanti.
Carlo FORMENTI - La Pratica del fabbricare (1893) TAVOLA XIV
Mi è capitato di relazionare più volte il tema dinanzi a sfere di differenti uditori, anche in sede pubblica, con il risultato di aver acceso interessanti dibattiti a seconda delle casistiche, e per di più, delle esperienze professionali registrate dai miei stessi interlocutori. 
E' un tema che in parte mi rattrista perchè nel campo d'indagine dovrebbe anzitutto sussistere un resistente velo di umiltà e rispetto nei confronti del patrimonio firmato da precedenti colleghi, oltre che un forte atteggiamento prudenziale, atto a garantire, secondo quanto riconosciutoci dalla Costituzione e dall'ordinamento giuridico negli anni, il rispetto del principio di preminente interesse rivolto alla tutela della pubblica incolumità; principio riconosciuto, per l'appunto, unicamente alla figura dell'Architetto e dell'Ingegnere.

Perchè parlo di umiltà?
- Perchè senza di essa non vi sarebbe stimolo intellettuale, nè curiosità d'indagine investigativa, tantomeno sviluppo; anzi, si costituirebbero infruottuose ricerche, inutili persino nella sfera accademica!
- Perchè anche al più esperto e facoltoso dei consulenti tecnici non dovrebbe mai mancare l'umiltà nello studio del caso;
- Perchè ogni caso è differente e risponde alla storia di quel preciso organismo edilizio, alla stregua del corpo umano, in cui risulta difficile poter diagnosticare con accuratezza d'indagine gli innumerevoli contributi soggettivi che potrebbero agevolare l'innesco di determinati meccanismi globali in campo statico. Figuriamoci in campo dinamico con il contributo delle azioni sismiche!
- Ma soprattutto perchè nel nostro mestiere un errore può costare il prezzo di vite umane, l'errore è purtroppo sempre dietro l'angolo, così come il danno, i collassi e i disastri.

Ad ogni modo, il tema di discussione credo possa fondamentalmente svolgersi attraverso l'analisi prima, e la cura dopo, di due gravi forme patologiche sviluppatesi nell'uomo postmoderno a partire dalla seconda metà del XX° secolo:
  1. lo stramaledettissimo "OPEN SPACE". Trattasi infatti di un irrefrenabile desiderio di natura ossessivo-compulsiva caratterizzato dalla necessità di voler sventrare le spazialità interne di una cellula, ad esempio abitativa, attraverso l'eliminazione di qualsiasi tramezzo interno ad essa, per prospettare ambiziose piazze urbane - seconde solo a P.zza Erbe o a P.zza di Siena per dimensioni- in sostituzione delle cucine, sale da pranzo, tinelli, soggiorno e camere da notte inizialmente progettate per quella specifica tipologia edilizia. Fine ultimo dell'open space è per l'appunto perimetrare sotto un'unica massa volumica l'originario impianto tipo-morfologico dell'organismo edilizio attraverso operazioni demolitorie in favore di ambienti unici - talvolta promiscui - anzichè autonomi sotto il profilo funzionale oltrechè ben definiti sul piano distributivo;
  2. l'atteggiamento, potenzialmente manifestabile dal Progettista richiamato nell'incarico di cui al precedente punto 1, qualora avallasse, nei concreti limiti di fattibilità tecnica dell'intervento ed a seguito delle rituali verifiche ricognitive, la reale esecuzione delle opere; ponendosi in tal senso come l'estensore di un progetto lessicalmente contrastante con l'originario impianto edilizio, e per questo, incapace di poterne identificare i valori storici in virtù della snaturalizzazione dell'identità architettonica originaria.
Per quanto entrambe ampiamente diffuse tra gli individui, la prima risulta principalmente circoscritta ai non addetti ai lavori, e pertanto individuabile nella figura del Committente; di contro, la seconda si riscontra (più raramente ma si riscontra comunque) nei Tecnici Progettisti, i quali, in preda all'irrefrenabile istintivo desiderio dei Committenti, veicolano la fattibilità delle opere mediando diplomaticamente tra le logiche operazioni estimative, strutturali, impiantistiche e compositive. Una fatica incredibile ma certamente graziabile se forniti della giusta umiltà verso l'analisi del caso; unica chiave di salvataggio capace di mostrarci il problema da differenti angolazioni sino ad indirizzarci verso soluzioni alternative, da intendersi non come secondarie o meno importanti rispetto alla principale quanto sostanzialmente e formalmente differenti, diverse.
E' bene ricordare infatti come i nostri Padri non abbiano esitato in alcun modo nel proporre ai loro Committenti (PAMPHILI, ORSINI, FARNESE, ANGUILLARA, LUDOVISI, ODESCALCHI, l'intera stirpe di papi e famiglie aristocratiche commissionavano talvolta all'Arch. Bernini, al Bramante, al Barozzi, al Vignola, allo Specchi, al Sangallo, al Valadier, al Vanvitelli, al Fontana, al Borromini al Maderno etc..) quante più soluzioni progettuali possibili per la realizzazione dei più importanti patrimoni storico architettonici ed urbani oggi presenti al mondo (il cui 70% è presente sul territorio italiano).
Tempio di Atena a Ortigia (Duomo di Siracusa)
Messaggio ai miei dotti colleghi: ricordiamoci l'importanza di garantire continuità storica tra gli interventi costruttivi da noi firmati e quelli passati, sui quali interfacciamo quotidianamente le nostre proposte progettuali per necessità dei nuovi eredi e proprietari dei beni.
Ricordiamoci quanto sia importante consentire la lettura, la codifica del lavoro svolto.
Non è solo questione di metodo, di tecnica o scienza.
Dobbiamo agire promuovendo la comunicazione dei nostri intenti affinchè siano sempre riconoscibili i caratteri ed i principi applicati per mezzo delle nostre scelte: in rosso vedete la meravigliosa peristasi greca di matrice dorica con impianto periptero esastilo del V° sec. a.C. inglobata nelle attuali vesti tardo seicentesche, vestigia che i Normanni prima o gli stessi architetti del barocco poi, avrebbero (disgraziatamente) potuto eliminare.

Concludo le premesse rassegnandovi il seguente referto:
- la cura del punto 1 è garantita dal punto 2, ossia dal soggetto affetto dalla forma patologica espressa nello stesso punto 2,
a patto che:
- il soggetto citato nel punto 2 (il Progettista), anch'esso potenzialmente malato se affetto dalla forma patologica espressa nello stesso punto 2, 

rivolga la sua attenzione al caso secondo un approccio tecnico scientifico fondato sull'umiltà e sul profondo rispetto della preesistenza; studiando, analizzando ed osservando. 
Date le premesse, termino l'articolo con un misero ma molesto accenno al problema della rimozione dei tramezzi nei corpi di fabbrica, che grazie all'esperienza sul campo romano posso personalmente esprimere, operando di fatto ordinariamente su strutture di edifici realizzati quasi sempre sul finire del XIX° secolo (se non precedenti), identificati in tal senso come tessuti edilizi prevalentemente storici e per questo caratterizzati da sistemi costruttivi ancora appartenenti al mondo antico.
Ebbene, sotto sforzo o meno, sono da ricondursi al campo d'indagine della c.d. medicina strutturale, è bene pertanto che l'analisi clinica venga eseguita sul bene con la massima perizia e diligenza del caso, attraverso la conduzione delle tre canoniche fasi di lavoro decantate dai tempi universitari e tramandate dai noti saggisti e cultori della materia:
  • visita di sopralluogo; 
  • ricognizione documentale e anamnesi dell'organismo edilizio; 
  • rilievo tecnico e diagnosi.
Non a caso ho deciso di allegare una tavola costruttiva del Formenti riferita ad una costruzione civile realizzata sulla via Nomentana (se disponete di 1.500,00 euro per farvi un regalo al compleanno vi cosiglio di acquistarle), un trentennio dopo l'unità d'Italia, caratterizzata da una pianta regolare con struttura portante in muratura, tre corpi scala allineati sullo stesso piano e due ampi mezzi cortili, notevole percentuale di foratura dei cantonali, maschi rastremati verso i piani superiori. 
Guardando la pianta (piano terreno) ed esaminando la seconda campata da destra, individuata dall'ammorsatura del maschio perpendicolare al cantonale di facciata, notiamo un vano di servizio avente affaccio su strada generatosi per chiusura sul lato sinistro da un paramento murario di spessore assai più ridotto rispetto al maschio stesso, ma comunque disegnato con notevole ampiezza di tratteggio; un elemento che se non debitamente esplorato attraverso dovuti saggi ricognitivi potrebbe in prima istanza presentarsi come "sacrificabile".
Fortuna che il progetto di fabbrica dell'epoca fughi il 90% dei dubbi ancor prima di procedere al sondaggio della tipologia e consistenza di orizzontamento presente superiormente al muro; infatti:

- il tramezzo presenta uno spessore di 15cm, è composto da una tessitura ordinata di laterizi pieni allettati in calce con intonaci di pozzolana spessi 1,5cm. (stonacando la parete verrà poi notata un'ampia piattabanda ad arco ribassato con i conci terminali ammorsati tra il cantonale ed il maschio, a circa 2/3 dell'altezza totale);
- l'orizzontamento del piano superiore (particolarmente elastico) è composto da voltine in mattoni pieni posti in testa con passo tra travicelli in ferro di circa 55cm. 

Eseguita la ricognizione documentale, i carotaggi condotti all'ultimo ricorso del tramezzo mostrarono la completa assenza del travicello in ferro laddove, senza dubbio, doveva essere posto in opera per garantire continuità alla tessitura delle voltine; ruolo in tal senso ricoperto dal tramezzo stesso in veste di appoggio verticale.
Risultava pertanto necessario mantenere eretto il paramento murario per garantire lo stato di equilibrio tra gli elementi consolidatosi in più di un secolo, promuovendone le conservazione degli stati sollecitativi, migliorandone al tempo stesso il comportamento attraverso semplici interventi, eseguiti poi successivamente.
La fortuna - o speranza - di entrare in possesso del patrimonio documentale riferito all'originario impianto di fabbrica è certamente notevole e di grande supporto (dovrebbe essere normale, come per il Notaio acquisire la provenienza curata dal suo collega 150 anni prima) ma non sempre risulta possibile visionarne e quindi studiarne l'intero incartamento a causa delle incompletezze di fonte, con il rischio di non riuscire a comprendere alcune scelte costruttive operate dagli Architetti a monte del progetto.
Ricordarsi quindi che il cantiere è un luogo in continuo divenire capace di sovvertire o modificare le regole di progetto in corso d'opera rappresenta oggi un assunto molto importante divenuto ormai intrascurabile per gli studiosi, soprattutto se riferito ai processi edilizi delle architetture antiche in cui alcune scelte, sebbene ponderate con validi criteri, dovevano rispondere soprattutto ai canoni delle regole dell'arte, tramandate unicamente dall'esperienza maturata sul campo.
Dunque sappiate che quel travicello mancante, con molta probabilità in cantiere non arrivò mai, motivo per cui si decise di optare per una logica costruttiva alternativa che riuscisse comunque a garantire la dovuta stabilità e rigidezza del piano richiesta dal caso; inoltre, per evitare che detto appoggio incrementasse fortemente i valori di carico lineari sul solaio di calpestio (benchè costituito da un piano sormontato da volte a botte), venne realizzata una centina in legno a circa 2/3 dell'altezza del tramezzo per porre in esercizio un arco ribassato volto a scaricare quota parte del peso rispettivamente in direzione del cantonale e del maschio.

Il fascino del saper fare di una volta, nei cantieri di una volta!

(Chiamate sempre il vostro Architetto o Ingegnere di fiducia, anche solo per un controllo preliminare o per valutare i margini di sicurezza attinenti all'intervento).

Comunque quel giorno andò bene, proprio per un caso del tutto analogo..
Niente open space e qualche vita umana risparmiata o come diceva il mio professore di tecnica delle costruzioni: "un paio di morti in meno sulla coscenza Cacciatò!".

La prossima volta vi racconto di quando andò male, ai tempi del tirocinio presso un famoso Studio di architettura e ingegneria di Roma.
Nel frattempo però vi auguro Buona Pasqua.
Vostro,
L.


lunedì 6 aprile 2020

articolo numero#sei-tris - covid-19, colera e rinascimento urbano napoletano nel 1885 (terza parte)

giorno 97 dell'anno 2020
risanamento urbano ai tempi del colera

Nota ai lettori: La prima e seconda parte del post sono in coda al presente


Santa Lucia
Nel 1888 si riunisce in consorzio la Società per il Risanamento, il cui lavoro progettuale verrà coordinato, per l'appunto, dall'Arch. QUAGLIA, posto alla direzione dell'Ufficio d'Arte della stessa Società, che provvederà alla cura e rassegna definitiva degli elaborati architettonici incentrati sullo studio di quattro principali tipolo
Tipologie edilizie a corte
gie edilizie abitative.

In linea con quanto prescritto dagli Uffici municipali e dal piano urbanistico redatto dei colleghi Giambarba e Bruno, Quaglia uniforma i caratteri dell'edilizia popolare all'aspetto formale complessivo dell'intero nuovo impianto urbano, studiando con estrema attenzione i prospetti degli organismi edilizi, i loro affacci e le relazioni tra i lotti limitrofi, ricalcando i caratteri vernacolari dell'architettura abitativa partenopea in favore di un miglioramento dei singoli impianti planimetrici, pensati con tipologia a palazzina, e tipiche corti (talvolta doppie), caratterizzate da quattro/cinque piani fuori terra e servite da molteplici corpi scala (da 1 a 4), a seconda della dimensione e morfologia del singolo lotto. 


Tipologie edilizie a corte
Il fondo archivistico ci mostra un lavoro piuttosto consistente, nel giro di 9 anni vennero infatti progettati oltre 280 fabbricati urbani destinati a ceti medio-bassi, caratterizzati da ammirevoli sperimentazioni architettoniche sul piano sia tipologico che morfologico; il lavoro di Quaglia e del suo Ufficio d'Arte venne così reso attuativo dalla Commissione, disponendo, in ossequio alla cultura urbanistico-edilizia preunitaria, di parcellare l'intero piano stralciando le singole tavole e permettendo così di pianificare i singoli interventi da eseguire sui lotti interessati dall'edificazione, individuando puntuali criteri di riconoscibilità a seconda dei tessuti.

Per quanto attiene alle soluzioni architettoniche proposte, gli archivi storici (Municipio e fondo della Banca d'Italia) ci mostrano un cospicuo lavoro di sperimentazione ed articolazione compositiva profusa dai progettistiforse, mai raggiunta in Italia sino ad allora; è il caso di menzionare le nuove espansioni residenziali realizzate nell'area dei pressi del Marcato, ove la flessibilità dei singoli alloggi trovava flessibilità ed organizzazione attraverso moderni concetti di modularità spaziale; scompaiono lunghi e ciechi corridoi interni in favore di stanze passanti dotate di doppi affacci.

Nel brano orientale e periferico della città, bonificato dalla precedente reggenza borbonica e caratterizzato in quegli anni da campi agricoli, viene approvato il progetto di Giambarba per la realizzazione di un quartiere operaio che desse residenza ai lavoratori dell'area industriale e produttiva.
A sud della stazione centrale, viene proposta una maglia urbana ortogonale con l'inserimento di tipologie edilizie intensive (dai 16 ai 20 alloggi ciascuna) a cinque piani con base rettangolare, impostate su doppi cortili (vd figure).
E. Manet - Il bar delle Folies-Bergère
Le tipologie edilizie del ventre storico, diradato ed igienizzato con l'apertura del Rettifilo, vennero impostate sull'originaria matrice abitativa napoletana, a conservazione delle consuete abitudini quotidiane del cittadino partenopeo: botteghe produttive e locali commerciali ai piani basamentali, necessarie per garantire continuità all'uso e costume tipico della città del sud.
La strada, oltre i cortili, concepita come nuovo principio ispiratore di modernità, quella ritratta dagli espressionisti francesi e decantata da Baudelaire, capace di rendere partecipi i passanti con la vita urbana e la sua nuova città; una città moderna, fatta di locande, bar e caffetterie.


Il Caffè di napoli! Come scrive Erri De Luca, “A riempire una stanza basta una caffettiera sul fuoco"!

Auguriamoci di poter uscire presto, per tornare a sorseggiarlo tra i fitti vicoli, colmi di odori, urla e clamori.
Forza Napoli.

L. 

venerdì 3 aprile 2020

articolo numero#sei-bis - covid-19, colera e rinascimento urbano napoletano nel 1885 (seconda parte)

giorno 94 dell'anno 2020
risanamento urbano ai tempi del colera

Nota ai lettori: La prima parte del post è in coda al presente


Matilde SERAO (1884)
In effetti, secondo il parere di alcuni esperti economisti, il vero prezzo dell'operazione politico-urbanistica e dei suoi considerevoli effetti collaterali registrati sulla città e sull'intero Regno d'Italia, sembrerebbe non essersi mai completamente saldato; ciò in virtù delle opinabili scelte operate in quel preciso frangente storico (lo sventramento di un'ampia porzione del cuore storico urbano, colmo di identità architettoniche, preesistenze ed antichi luoghi) e delle particolari leve economiche esercitate per il finanziamento degli interventi. 
Ma i grandi piani urbanistici dell'ottocento europeo si sa, non curavano la conservazione del tessuto cittadino se non attraverso importanti operazioni chirurgiche di diradamento e sventramento, talvolta senza pesare in modo appropriato le preesistenze storico architettoniche disseminate sul territorio, troppo spesso valutate come oggetti d'intralcio alle politiche espansionistiche della città, e per questo, soppresse già sulla carta, a monte del progetto.
Effettivamente, in quegli anni, la cura indotta dall'Urbanista trovava il suo effetto di risanamento attraverso l'apertura di nuove ferite sui tessuti, indorando la pillola con prefigurazioni circa il futuro rinnovamento e miglioramento dei livelli di aspettativa di vita; eredità disciplinare, quella dell'igiene urbana, specifica della cultura ingegneristica sviluppatasi dalla seconda metà dell'ottocento. 
E così fu per la capitale partenopea, anche se la vera ferita napoletana non viene ricordata tanto per le cesura urbana praticata tra i quartieri di Porto, Pendino e Mercato in favore dell'elegante grand boulevard C.so Umberto I - spina dorsale dell'intero progetto di risanamento e catalizzatore di altissime rendite fondiarie della città - quanto per l'immutata realtà di degrado e povertà celata dietro alle virtuose quinte umbertine dei nuovi impianti edilizi sviluppati dagli imprenditori piemontesi e romani sui nuovi assi e piazze urbane.
Demolizione dei FONDACI

Matilde Serao romanza in due atti, e con reale stile di cronaca, la vita del povero e disadattato napoletano abitante nel "Ventre", la zona centrale e popolare della città, culla sovraffollata  della classe più povera in preda al degrado e alla continua insorgenza di malattie, stabilitasi nei caratteristici impianti medievali dei fondaci, caratterizzati da botteghe, depositi e locande ai piani terra e case di abitazione ai superiori servite da un'unica latrina in uso a tutti gli inquilini i cui liquami confluivano in buchi posti al centro delle corti spesso affollate di bambini intenti a giocare.
E' qui che si attua il piano urbanistico di GIAMBARBA, è qui che il Regno d'Italia, e per suo tramite, il Comune di Napoli, interverrà per avviare le opere di risanamento ed igienizzazione della città: attraverso la demolizione dei fondaci. Operazione che attraverso il perfido calcolo dell'indennità di esproprio garantita dalla legge fresca di approvazione (art. 13 L. 2892/1885), gettò le premesse per garantire agli attori di una delle più vaste imprese urbanistiche dell'ottocento europeo, l'acquisizione di tutti i lotti di terreno centrali a prezzi di favore rispetto ai valori di rivendita prodotti nell'immediato. 

Per questo motivo, nella storia politica italiana la legge urbanistica speciale su Napoli viene principalmente ricordata come dramma immobiliare di teatro speculativo, andato in scena attraverso l'espropriazione per pubblica utilità in favore della speculazione edilizia privata; fu così, infatti, che le più importanti società, banche ed istituti di credito italiano, avviarono i processi di massimizzazione delle rendite fondiarie sui lotti espropriati.

La vasta operazione coinvolse molteplici banche, società immobiliari ed imprese di costruzioni atte ad impegnare ingenti somme di denaro per la realizzazione dei nuovi eleganti quartieri (la Banca Tiberina fu arteficie del Vomero), costituiti, al posto delle preesistenti case popolari, da nuove e pregiate tipologie edilizie per ceti più abbienti; così, mentre l'impresa Esquilino si impegnava a riqualificare il rione Santa Brigida, ove parte delle antiche abitazioni erano state sacrificate per le nuove sezioni stradali, e realizzava la splendida galleria Umberto I, un'altra importante società terminava il rettifilo in direzione della stazione centrale.

Diciamo che al di là dei propositi relativi all'incremento delle rendite, la storia napoletana registra un significativo contributo anche sul piano progettuale rivolto alle nuove esigenze del popolo.
Dovendo nel merito fronteggiare la drammatica circostanza di oltre 85.0000 espropriati riversati nelle strade, impossibilitati nel permettersi l'affitto delle abitazioni realizzate sui loro "vecchi lotti", agli Uffici del Municipio venne affiancato il supporto della Società per il Risanamento, composta da banche, società, imprese esecutrici e soprattutto da Professionisti tecnici, autori delle nuove tipologie edilizie popolari.
Si trattava d'altronde di perseguire quegli indirizzi giuridici richiamati nella stessa legge promotrice (L. 2892/1885), ossia di costruire in modo proporzionato case a buon prezzo per ceti medi ed agiati quanto alloggi per gente povera, alla quale poter inoltre garantire affitti a prezzi economici. 

Spunta Piero Paolo Quaglia, Architetto del Varese.

(continua nel prossimo post)