lunedì 20 aprile 2020

CALCEURBANA - articolo numero#otto - arcipelago pontino, Ponza settecentesca e incarichi di lavoro post-borbonici

giorno 111 dell'anno 2020
l'urbanistica dal brugantino di sua maestà Ferdinando IV

La fortuna più grande per un Architetto, dopo quella di esser nato e vivere a Roma, è certamente quella di poter viaggiare nel corso della settimana per giungere in luoghi diversi, oggetto, di volta in volta, di nuovi incarichi professionali.
Gaspar van Wittel - Porto di Napoli
Infatti, prima ancora delle soddisfazioni economiche derivanti dalle fruttuose competenze professionali, trovo senza dubbio stupefacente l'opportunità di poter fruire luoghi e spazi del territorio per esigenze specifiche ed intrinseche al Mestiere, capace di farmi cogliere sfumature talvolta trascurabili, apprezzandone i caratteri ed i valori frutto di articolati naturali processi evolutivi.
Indubbiamente, poter essere anziché dover stare: la più grande opportunità di vita per un uomo nonché migliore condizione di lavoro per un Architetto, scrittore della storia dell'uomo e turista delle sue terre.
E'così che nasce il turismo, termine derivatoci da radici francesi di età barocca per definire i grandi flussi esplorativi intrapresi nell'Europa continentale da ricchi aristocratici dell'epoca (ritrattisti, architetti, ingegneri, scrittori) per accrescere il loro sapere nelle città d'arte e di cultura attraverso la diretta fruizione dei luoghi, con l'obiettivo di comunicarne le magnificenze al rientro in patria, trasmettendone i valori acquisiti.

L'opportunità di conoscere il mondo antico calamitava infatti esploratori da ogni angolo d'Europa per assicurarsi un soggiorno nella laguna di Venezia, tra i siti archeologici del Palatino a Roma, tra gli scavi di Ercolano e Pompei e poi a Napoli, a meravigliarsi dei Campi Flegrei e dei colori del Golfo di Pozzuoli con le vicine attività vulcaniche, sino a scendere in Sicilia per rilevare dal vivo le vestigia delle colonie della Magna Grecia e "la purezza dei contorni, la morbidezza di ogni cosa, la cedevole scambievolezza delle tinte, l'unità armonica del cielo col mare e del mare con la terra (...) chi li ha visti una sola volta, li possederà per tutta la vita"; così scriveva Goethe durante il suo Grand Tour in Italia.

Ebbene, la conduzione di un incarico professionale sull'isola di Ponza - in essere dal 2017 circa - mi ha portato ad analizzare con attenzione alcuni aspetti storico urbanistici del posto, valutando i processi evolutivi afferenti alle primordiali tipologie edilizie, traendo oltretutto differenti conclusioni circa i principali caratteri di riconoscibilità dei ponzesi, sui quali, ovviamente, non farò cenno alcuno.
L'isola dell'arcipelago pontino, registra, a seguito degli importanti passaggi fenici, greci e romani, una storia piuttosto instabile oltrechè infelice, alternandosi di fatto di padrone in padrone tra il papato e le nobili famiglie dei regni (i Borboni, i Farnese e di nuovo i Borboni) e vedendosi sotto continuo attacco da parte della feroce pirateria turca ottomana sino alla metà del XVII° secolo circa, periodo che vedrà la riduzione in schiavitù dei pochi abitanti rimasti in vita ed il successivo abbandono e desertificazione delle aree civilizzate.
E' in questo frangente di paura e povertà che i residenti dell'isola avviano una fase di ricerca per escogitare soluzioni difensive in vista dei continui assedi dell'isola da parte delle scorrerie piratesche; nascono così i primi nuclei insediativi scavati nel ventre delle colline, invisibili agli occhi dei nuovi incursori perchè completamente mimetizzati sul suolo tufaceo ed intonacati di calce (tema trattato in quest'altro articolo).
Trattasi di realizzazioni veramente ben integrate con il paesaggio brullo circostante tanto da non accorgersi minimamente della loro presenza nemmeno camminando sui rispettivi livelli di copertura; una sapiente applicazione di arte costruttiva vernacolare locale.

Di fatto, il periodo di ripopolamento di Ponza attraverso il nuovo processo di colonizzazione viene ricordato con la ripresa al controllo dell'isola da parte di Carlo III - avvenuta per donazione da parte della madre Elisabetta Farnese moglie di Filippo V di Borbone - e l'instaurarsi di genti e famiglie provenienti da Ischia e Torre del Greco.
A quell'epoca era usanza donarsi tra famiglie regali vasti territori, ed isole ovviamente, come Ponza.
Umili doni dell'epoca.

Sarà infatti sotto la pressione napoletana del tenace giurista Bernardo Tanucci - Ministro alla corte borbonica di Ferdinando IV - che Ponza vedrà un proprio rinnovamento urbanistico per opera di due tecnici militari: il Magg. Ing. Antonio WINSPEARE ed il Magg. Arch. Francesco CARPI, entrambi appartenenti al Genio Militare.
Prima dello sbarco, l'ingegnere militare relaziona a sua maestà le desolate circostanze di abbandono dell'isola, nuda ed impervia, costituita da un suolo pietroso del tutto inospitale all'uomo, con qualche selvaggio cavernicolo sui dorsi di montagna e priva di prospere piantagioni tranne alcuni alberi di fico sparsi.
Un vero disastro.
Il maggiore Winspeare, tra i migliori tecnici che il regno borbonico abbia mai vantato, godeva di una distinta fama da funzionario progettista e duro burocrate, capace di dirigere severamente i lavori esecutivi nelle condizioni più aspre: l'uomo adatto alla scopo.
Coadiuvato nelle attività dal collega Architetto Carpi (progettista dell'ergastolo sull'isola di Santo Stefano) disegnerà un'immagine dell'isola oggi ancora del tutto riconoscibile nei caratteri architettonici, nel linguaggio adoperato e nelle scelte operate sul campo (da soldato).

Piano urbano WINSPEARE 
Tra il 1768 ed il 1771 i progetti porteranno alla sintesi di un vero piano attuativo, estremamente interessante sotto il profilo funzionale e strutturale, prevedendo principalmente di:
-Ristrutturare la zona portuale, sulle tracce del nucleo originario feniceo, funzionalizzando l'intera banchina ed il retrostante versante di montagna con l'inserimento di servizi, magazzini, locali commerciali e residenze;
-Realizzare i nuovi capisaldi architettonici del mondo civile, simboli del Culto e dell'Autorità: la Chiesa, la Lanterna, il Foro, il nuovo Casamento;
-Rafforzare il sistema difensivo preesistente costituito dalle torri cinquecentesche;
-Avviare una sistemazione infrastrutturale generale per la connessione di Le Forna con il Porto.
Fu così che trapiantando centinaia di galeotti sul posto si avviarono, sotto la supervisione militare, i lavori di rinnovamento del porto.

Il molo: punto di partenza del piano urbanistico che vede la costruzione dei magazzini portuali al livello banchina, caratterizzati da una seriale ripetizione di semplici elementi geometrici impostati su un impianto planimetrico di base rettangolare suddiviso in campate costanti di circa 5.00x5.00 e che vedeva la banchina stessa come unico tessuto connettivo di servizio.
Un'architettura da manuale, militare, funzionale allo scopo, ossessionata dall'angolo retto e dalla rituale reiterazione compositiva; semplice, per mezzo della quale poteva individuarsi la gerarchia di elementi edilizi impostati sul piano del paesaggio.
La linea progettuale dei soldati, coordinata dall'Ing. Winspeare, fu astuta e strategica in tal senso.
Elementi edilizi e fabbriche previste nel piano Winspeare
Cuore pulsante del piano, che definì sotto il profilo illuministico le opere progettuali, fu la quinta retrostante al molo, ricavata sul dorso della montagna e per questo caratterizzata dal dislivello verso il mare.
Un modernissimo impianto compositivo ed infrastrutturale dato dall'arretramento spaziale a monte dei nuovi corpi di fabbrica destinati alle botteghe, aperte sul corso stradale, la nuova passeggiata pedonale (attuale C.so Pisacane), originata come piano di copertura dei magazzini posti sulla sottostante banchina.
Ma vi è di più perché il piano botteghe posto a quota stradale viene duplicato in altezza, vedendosi sormontato da corpi monolivello riservati alle residenze accessibili da un tessuto servente retrostante al fronte mare, pensato come un ballatoio lineare (o un ponte di nave?) riservato agli abitanti e degradante verso il centro dell'isola (attuale Via del Corridoio).
Una netta diversificazione dei percorsi, atta a garantire il passaggio contemporaneo - e su piani fisici differenti - di abitanti, passanti fruitori e lavoratori/marinai del porto; applicazione di un metodo compositivo che attribuirà a Ponza settecentesca l'immagine di una città di fondazione mediterranea moderna, logica, cruda e razionale nelle sue forme per incursione militare, e per questo, distante dagli stili dettati dal labirintico naturalismo spontaneo e pittoresco di tante isole dei nostri mari.

L.C.





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