venerdì 3 aprile 2020

articolo numero#sei-bis - covid-19, colera e rinascimento urbano napoletano nel 1885 (seconda parte)

giorno 94 dell'anno 2020
risanamento urbano ai tempi del colera

Nota ai lettori: La prima parte del post è in coda al presente


Matilde SERAO (1884)
In effetti, secondo il parere di alcuni esperti economisti, il vero prezzo dell'operazione politico-urbanistica e dei suoi considerevoli effetti collaterali registrati sulla città e sull'intero Regno d'Italia, sembrerebbe non essersi mai completamente saldato; ciò in virtù delle opinabili scelte operate in quel preciso frangente storico (lo sventramento di un'ampia porzione del cuore storico urbano, colmo di identità architettoniche, preesistenze ed antichi luoghi) e delle particolari leve economiche esercitate per il finanziamento degli interventi. 
Ma i grandi piani urbanistici dell'ottocento europeo si sa, non curavano la conservazione del tessuto cittadino se non attraverso importanti operazioni chirurgiche di diradamento e sventramento, talvolta senza pesare in modo appropriato le preesistenze storico architettoniche disseminate sul territorio, troppo spesso valutate come oggetti d'intralcio alle politiche espansionistiche della città, e per questo, soppresse già sulla carta, a monte del progetto.
Effettivamente, in quegli anni, la cura indotta dall'Urbanista trovava il suo effetto di risanamento attraverso l'apertura di nuove ferite sui tessuti, indorando la pillola con prefigurazioni circa il futuro rinnovamento e miglioramento dei livelli di aspettativa di vita; eredità disciplinare, quella dell'igiene urbana, specifica della cultura ingegneristica sviluppatasi dalla seconda metà dell'ottocento. 
E così fu per la capitale partenopea, anche se la vera ferita napoletana non viene ricordata tanto per le cesura urbana praticata tra i quartieri di Porto, Pendino e Mercato in favore dell'elegante grand boulevard C.so Umberto I - spina dorsale dell'intero progetto di risanamento e catalizzatore di altissime rendite fondiarie della città - quanto per l'immutata realtà di degrado e povertà celata dietro alle virtuose quinte umbertine dei nuovi impianti edilizi sviluppati dagli imprenditori piemontesi e romani sui nuovi assi e piazze urbane.
Demolizione dei FONDACI

Matilde Serao romanza in due atti, e con reale stile di cronaca, la vita del povero e disadattato napoletano abitante nel "Ventre", la zona centrale e popolare della città, culla sovraffollata  della classe più povera in preda al degrado e alla continua insorgenza di malattie, stabilitasi nei caratteristici impianti medievali dei fondaci, caratterizzati da botteghe, depositi e locande ai piani terra e case di abitazione ai superiori servite da un'unica latrina in uso a tutti gli inquilini i cui liquami confluivano in buchi posti al centro delle corti spesso affollate di bambini intenti a giocare.
E' qui che si attua il piano urbanistico di GIAMBARBA, è qui che il Regno d'Italia, e per suo tramite, il Comune di Napoli, interverrà per avviare le opere di risanamento ed igienizzazione della città: attraverso la demolizione dei fondaci. Operazione che attraverso il perfido calcolo dell'indennità di esproprio garantita dalla legge fresca di approvazione (art. 13 L. 2892/1885), gettò le premesse per garantire agli attori di una delle più vaste imprese urbanistiche dell'ottocento europeo, l'acquisizione di tutti i lotti di terreno centrali a prezzi di favore rispetto ai valori di rivendita prodotti nell'immediato. 

Per questo motivo, nella storia politica italiana la legge urbanistica speciale su Napoli viene principalmente ricordata come dramma immobiliare di teatro speculativo, andato in scena attraverso l'espropriazione per pubblica utilità in favore della speculazione edilizia privata; fu così, infatti, che le più importanti società, banche ed istituti di credito italiano, avviarono i processi di massimizzazione delle rendite fondiarie sui lotti espropriati.

La vasta operazione coinvolse molteplici banche, società immobiliari ed imprese di costruzioni atte ad impegnare ingenti somme di denaro per la realizzazione dei nuovi eleganti quartieri (la Banca Tiberina fu arteficie del Vomero), costituiti, al posto delle preesistenti case popolari, da nuove e pregiate tipologie edilizie per ceti più abbienti; così, mentre l'impresa Esquilino si impegnava a riqualificare il rione Santa Brigida, ove parte delle antiche abitazioni erano state sacrificate per le nuove sezioni stradali, e realizzava la splendida galleria Umberto I, un'altra importante società terminava il rettifilo in direzione della stazione centrale.

Diciamo che al di là dei propositi relativi all'incremento delle rendite, la storia napoletana registra un significativo contributo anche sul piano progettuale rivolto alle nuove esigenze del popolo.
Dovendo nel merito fronteggiare la drammatica circostanza di oltre 85.0000 espropriati riversati nelle strade, impossibilitati nel permettersi l'affitto delle abitazioni realizzate sui loro "vecchi lotti", agli Uffici del Municipio venne affiancato il supporto della Società per il Risanamento, composta da banche, società, imprese esecutrici e soprattutto da Professionisti tecnici, autori delle nuove tipologie edilizie popolari.
Si trattava d'altronde di perseguire quegli indirizzi giuridici richiamati nella stessa legge promotrice (L. 2892/1885), ossia di costruire in modo proporzionato case a buon prezzo per ceti medi ed agiati quanto alloggi per gente povera, alla quale poter inoltre garantire affitti a prezzi economici. 

Spunta Piero Paolo Quaglia, Architetto del Varese.

(continua nel prossimo post)






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